Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

Importava solo la luce che riuscivamo
a trasmettere ai nostri cari
e quante persone riuscivamo
a toccare con la nostra compassione.
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Una riflessione di valore sulla cura, sul suo senso, sulla pratica e finalità della cura non può prescindere dalla conduzione di un serio percorso di discernimento etico che ne identifichi i valori in gioco e l’orizzonte di senso. In ogni dimensione esistenziale in cui la vita umana si presenta esponendosi in tutta la sua peculiare caratteristica della fragilità, la soluzione, universale e ben definita, è quella della cura, del prendersi cura di. Pertanto, si rende necessario ogni volta fermarsi a cercare, scoprire e far proprie le ragioni, le modalità e la finalità del processo di cura che si vuol mettere in atto. Ecco perché è necessario il discernimento etico, il riscoprire il valore dell’etica della cura.

Ma cosa è la cura? E quale è il senso profondo di un’etica della cura?

Per introdurre efficacemente il tema, è necessario partire dall’etimologia dei termini che compongono l’espressione “etica della cura”.

Il termine etica, che deriva dal vocabolo latino ethos, significa fenomeno morale, insieme dei principi morali sedimentati nel tempo e nello spazio in un dato contesto socio culturale che si trasformano in convinzioni e regole di comportamento. “L’etica è espressione dell’esigenza morale dell’uomo, il cui sforzo costante è quello di approfondire e conoscere sempre meglio il dato morale”2.

L’agire morale consiste semplicemente nell’operare il bene ed evitare il male; ma ciò implica “la capacità di definire cosa sia il bene e cosa sia il male nonché il giusto discernimento sulle motivazioni che dovrebbero indurre l’uomo a comportarsi in un modo piuttosto che


1 Nguyen Phan Que Mai “Quando le montagne cantano” Casa editrice Nord, Milano, 2021, pag. 337.
2  Cfr. S. Privitera, Il volto morale dell’uomo. Avvio allo studio dell’etica filosofica e teologica, Ed. ISB – Collectio moralis, Acireale, 1999, pag. 30.

in un altro, a scegliere il bene o a scegliere il male”3. Potremmo dire che il bene è tale se riesce a determinare una situazione di felicità nel senso di una felicità interiore, di unità, di riconciliazione con sé, con gli altri e con il mondo.

Volendo scoprire, invece, il significato del termine cura, il Dizionario della Lingua Italiana Sabatini-Coletti definisce la cura come un «atteggiamento premuroso e costante verso qualcuno o qualcosa»4. La cura consiste sempre, come dice Heidegger, in un prendersi cura di, in un aver cura di; cioè, la cura, sempre con Heidegger, è «in sostanza lo star da presso benevolo a se stessi, agli altri, al mondo. È lo star da presso che guarisce dal negativo»5. Ma questa estensione della definizione di cura ci introduce al concetto che è al cuore della cura: la relazione. La definizione di Sabatini-Coletti parla di un atteggiamento che non è altro che la disposizione di una persona in rapporto a qualcuno o a qualcosa; il disporsi a sua volta implica una relazione. L’aspetto più evidente che emerge da quanto detto è che la cura è innanzi tutto un andare verso o l’essere presso qualcuno o qualcosa con impegno e attenzione. Pertanto, relazione, impegno e attenzione sono i tratti distintivi della cura.

Infatti, la cura ha strettamente a che fare con la relazione, e di conseguenza si configura come un aspetto ontologico della vita umana. Secondo Sara Brotto, insegnante, filosofa, bioeticista, «la cura è perciò un’attitudine e una pratica morale che informa il complesso delle nostre abilità e capacità interpersonali, siano esse quelle rigorose del pensiero, quelle delle emozioni e dei sentimenti, o quelle meramente pratiche. Tutto di noi è implicato nella relazione, perché noi siamo tutto in relazione ad altri, di qualunque etnia o gruppo essi siano»6.


3 Cfr. S. Leone, Manuale di Bioetica, Ed. ISB, Acireale, 2003, pag. 17.
4 Dizionario della Lingua Italiana Sabatini-Coletti, 2020.
5 Sara Brotto, L’etica della cura, Orthotes Editrice, Nocera Inferiore (SA),  2013, pag. 34.
6 Ibidem pag. 160.

Nella terminologia anglosassone, il termine cura in senso generale è espresso dal sostantivo care, che definisce l’interessamento sollecito e costante per qualcuno e che dunque corrisponde al processo di cura in toto; esso definisce la cura e il suo senso. La cura, care, è sempre possibile.

La relazione è vita, la vita è relazione. La persona, ci dice Sara Brotto, è in primo luogo «una sostanza relazionale e una relazione sostanziale, ossia la sua natura è intenzionale e originariamente relazionale. La cifra della persona è, quindi, una relazione che è sostanza e una sostanza che è relazione»7.

La realtà della cura, posta sulla base dell’attenta considerazione delle fragilità umane e delle esigenze rappresentate ogni volta in rapporto ai limiti riconosciuti, individua dunque nella relazione interumana tutta la sua potenza e la sua efficacia in ordine ad un riequilibrio delle forze in campo finalizzato alla umanizzazione del percorso di cura e alla rinascita di una nuova speranza.

«La cura attiene alla relazione; le relazioni di cura sono alla base dell’esperienza umana e della consapevolezza».8

Per comprendere meglio questa realtà, sarà necessario condurre una ricerca che si sviluppi attraverso il riconoscimento di tutte quelle componenti che, teoricamente e praticamente, configurano la realtà della cura nel suo insieme. La conoscenza del migliore atteggiamento e la realizzazione del più coerente comportamento nella pratica della cura riveste grande pregio nella valutazione etica e bioetica che fa da sfondo a tutto il percorso, in cui l’obiettivo principale dovrebbe essere rappresentato dal tentativo, quanto più onesto possibile, di far coincidere sempre meglio l’assolutezza del dato deontologico di partenza (il valore fondante) con la relatività del dato teleologico che privilegia sempre e comunque l’attenzione agli effetti e agli esiti spesso prevedibili di un processo di cura.


7 Ibidem p. 8.
8 Ibidem pag. 20

In tal senso, la riflessione sulla fragilità dell’uomo, a partire dalla considerazione dei limiti naturali cui la stessa vita dell’uomo è sottoposta, non può che essere di grande aiuto nell’avanzamento fecondo del percorso di conoscenza delle dinamiche più profonde e vere della realtà di cura che si vuole instaurare. La vita dell’uomo, già compresa tra i due limiti invalicabili della nascita e della morte, scorre nel segno della fragilità in tutte le sue dimensioni e in tutte le sue epoche. Eppure, è proprio nell’esperienza del limite, inteso quale epifania della fragilità umana, che è possibile trovare una possibilità, una via d’uscita rispettosa della natura e della dignità stessa dell’uomo. Provocando la nostra coscienza, la fragilità del nostro limite ci interpella sollecitando una risposta; pertanto, a partire dal riconoscimento ogni volta di un nuovo limite si rende necessario saper elaborare di volta in volta la migliore strategia per affrontarlo in vista di una “serena” accettazione dello stesso.

Un simile percorso potrà farci scoprire allora il volto “etico” della fragilità, facendoci riconoscere in essa da un lato un appello alla nostra personale responsabilità, dall’altro un’indicazione che contempla la realtà della relazione di cura quale unica soluzione coerente con l’esigenza della dignità stessa dell’uomo.

E così, in virtù di un sapiente esercizio di responsabilità si potrà diventare capaci di scorgere all’orizzonte la possibilità di un altro sguardo, di sperimentare l’esistenza di un’altra prospettiva che, da una posizione nuova e decentrata, possa permetterci di osservare e accettare ognuno la propria fragilità che gli parla attraverso il dolore e la sofferenza.

Ma, al contempo, oltre la contemplazione del solo limite e della fragilità connessa, si potrà scoprire che si può essere destinatari di una consolazione nuova, ritrovandosi ad essere avvolti dal mantello di una cura e di una prossimità inedite che ci parlano di accoglienza, di considerazione, di compassione, di condivisione di fragilità e di tutte quelle realtà di cura che sole possono inserire l’uomo sulla strada dell’accettazione

del proprio dolore insegnandogli anche la via per riuscire a “stare” nella propria sofferenza e ad imparare da essa con umiltà, fiducia e speranza.

«Un’etica della cura è l’antidoto al disvalore dell’indifferenza e la messa in pratica del principio di responsabilità. Un’etica della cura è indispensabile per abitare umanamente la fragilità del mondo».9

Ecco dunque che emerge con forza la straordinaria potenza nascosta nella realtà della relazione di cura che altro non è che relazione di dono costruita sui pilastri sempre solidi del bene e della libertà. Poiché la natura e la vocazione della persona è sempre quella della relazione e poiché la cura presuppone la relazione viva tra persone, ecco che la relazione di cura si pone con prepotenza quale strumento privilegiato di cui l’uomo può disporre per convivere con la sua fragilità nell’accettazione graduale dei propri limiti e nel sapiente e perseverante confronto con il proprio dolore, con la propria incompiutezza, con la propria morte.

Quando ogni realtà è intrisa di dolore e ci si sente impotenti di fronte ad esso, allora l’unico rimedio possibile è quello dell’abbandonarsi, dell’affidarsi, dello spogliarsi di ogni propria certezza per lasciarsi andare, fiduciosi, nelle braccia compassionevoli della cura dell’altro.

«Tutti dipendiamo dalle relazioni di cura… È la relazione che dà vita…In tal senso, dunque, la cura è il cuore dell’esistenza umana».10

E chi è chiamato all’esercizio della cura quale parte attiva della realtà della relazione di cura dovrebbe porsi in una dimensione di attenzione a quell’unica, necessaria avvertenza che, perché tutto ciò possa trovare la sua forma compiuta nella concretezza di una vita vissuta, rende necessario che l’uomo, che ogni uomo, di ogni tempo e di ogni luogo, si decida a vivere la sua vita crescendo ed evolvendosi in


9 Luciano Manicardi, Fragilità, Edizioni Qiqajon, 2020, pag. 40.
10 Sara Brotto, L’etica della cura, Orthotes Editrice, Nocera Inferiore (SA),  2013, pag. 7.

umanità secondo quelli che potremmo definire i cardini dell’umanizzazione dell’uomo: la conoscenza, la pazienza e la compassione.

Investiti di una simile responsabilità e rivestiti di una rinnovata umanità, saremo capaci di varcare lo spazio angusto del dolore e della sofferenza «con quella infinita delicatezza umana e con quella grande sensibilità spirituale»11 che sole possono farci entrare delicatamente nella profondità delle dinamiche complesse e vivificanti di quella relazione di cura che, sconfiggendo ogni solitudine, innesta il seme di una nuova forza, di una nuova energia che, con il linguaggio della bellezza, del bene e della fiducia, restituisca ogni volta la capacità di coltivare una nuova speranza risvegliando nel cuore il desiderio e la voglia di celebrare, oltre ogni dolore, la liturgia della vita.

Ma a questo punto dovremmo anche chiederci a chi attiene raccogliere questo genere di invocazione, chi deve avere orecchio attento ad ascoltare il grido di aiuto e cuore sensibile e pronto nel ricevere e rispondere ad una richiesta di cura e di vicinanza umana. In sostanza, dobbiamo chiederci: chi è responsabile della cura?

Ne “I fratelli Karamazov”, Dostoevskjj afferma che “ognuno di noi è responsabile di tutto e di tutti davanti a tutti, e io sono più responsabile degli altri”. Noi, già in quanto uomini, non possiamo esimerci dal riconoscere la nostra responsabilità e la necessità di saper rispondere al meglio a quella invocazione, a quella umanissima ed essenziale richiesta di non essere lasciati soli, condizione indispensabile per la sopravvivenza di ogni uomo e per vivere anche nel morire. «Nei momenti di difficoltà, di malattia, di vulnerabilità e alla fine della vita, non avrà importanza quel che si è posseduto o che cosa si è fatto, ma quale è stata e quale è la nostra relazione ad altri, perché ciò è quanto si conserverà nella memoria di coloro che ci saranno accanto e/o che ci sopravvivranno».12


11 Enzo Bianchi e Luciano Manicardi, Accanto al malato,  Edizioni Qiqajon, 2000, cfr. pag. 85.
12 Sara Brotto, L’etica della cura, Orthotes Editrice, 2013, p. 9.

Un detto chassidico recita: «Quando uno viene da te e ti chiede aiuto, allora non devi piamente raccomandargli: “Abbi fiducia e rivolgi la tua pena a Dio”, ma devi agire come se non ci fosse Dio, come se in tutto il mondo ci fosse uno solo che può aiutare quell’uomo, tu solo».

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