Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

Il Dr. Alessandro Camporese è un Medico ed ex-primario ospedaliero che nella sua lunga attività professionale ha maturato una particolare esperienza nel campo della nutrizione, dell’integrazione e della dietetica applicata allo sport, utilizzando le sue conoscenze di Certified Sports Nutritionist per migliorare l’utilizzo di nutrienti ed integratori nel controllo delle prestazioni negli sport di endurance. Il Dr. Camporese pratica anche triathlon ed è Coach di Ironman. Chi fosse interessato a conoscerlo meglio può consultare il suo sito personale (www.trisportandhealth.it).

Ho letto il tuo libro Forever Triathlon, il cui sottotitolo – Introduzione alla “triplice” per neofiti over ’50 – anticipa un tema piuttosto inedito, ovvero l’interesse per questo sport da parte di atleti non più giovani. Mi racconti qualcosa su questo aspetto?

Diciamo subito che, mentre il “pianeta corsa” soffre un po’ in termini di iscritti a manifestazioni internazionali e locali, il mondo del triathlon sta crescendo anno dopo anno con numeri (e affari) da capogiro.

Ciò che effettivamente stupisce di più, però, è l’interesse crescente per la “triplice” tra il popolo degli over ’40 e over ‘50, sia uomini che donne, i così detti aging triathletes, sempre più affascinati da uno sport poliedrico ed equilibrato da un punto vista dell’impegno fisico, ben diverso dunque dal carico della sola corsa, che si addice perfettamente a chi non è più giovanissimo, perché distribuisce lo sforzo su tre diverse discipline, consentendo di fruire di un’attività aerobica “a tutto campo” e dei suoi benefici, mantenendo efficienti la maggior parte dei gruppi muscolari.

C’è qualcosa in più rispetto al solo interesse sportivo che induce tanti, anche non giovanissimi, a dedicarsi a uno sport così impegnativo?

Effettivamente, a ben vedere, il fenomeno va ben al di là del solo spirito atletico, perché il triathlon esprime perfettamente il concetto di “sfida”, fino a qualche tempo fa rappresentato dalla maratona, e oggi meglio declinato e interpretato secondo la logica del “tre è meglio di uno”.

E poi, più ci si avvicina ai fatidici ’50 (e oltre), più cresce la voglia di vivere finalmente per sé stessi, accettando i propri limiti, ma al tempo stesso “senza crearsi dei limiti”, perché questa è un’età in cui c’è ancora molto spazio per mettersi in gioco, magari con qualche svantaggio fisico rispetto ai più giovani, ma con molti vantaggi in più in termini di esperienza, equilibrio, consapevolezza, razionalità.

Proprio ciò che serve per arrivare in fondo a una gara di triathlon.

Quanto impegna praticare il triathlon?

Il triathlon è senza dubbio un hobby molto impegnativo, sia dal punto di vista fisico, che per il tempo che richiede in termini di allenamento. Se è vero, infatti, che molti, dopo una certa età, praticano solo le distanze più brevi previste dal regolamento, che vanno dallo “sprint”, cioè 750 metri di nuoto, 20 km di bici e 5 di corsa, alla distanza “olimpica” (quella che si corre ai Giochi), cioè 1500 metri di nuoto, 40 di bici e 10 di corsa, sono sempre di più gli aging triathletes che si dedicano alle più lunghe distanze del circuito Ironman, la così detta “70.3”, numero che identifica le miglia da percorrere, cioè 1800 metri di nuoto, 90 km di bici e per finire una mezza maratona, e la distanza “regina”, la “140.6”, ovvero 3800 metri di nuoto, 180 km di bici e per finire una maratona.

Per preparare queste gare occorre tanto tempo, con allenamenti pressochè quotidiani, un buon fisico e un buon equilibrio psicologico, che consenta, senza mai perdersi d’animo nelle numerose difficoltà che si incontrano durante il percorso, di arrivare alla fine di una gara, che nel caso dell’Ironman 140.6, se tutto va bene, può durare spesso dalle 12 alle 14 ore.

Ecco, quanto conta effettivamente l’aspetto psicologico, oltre che fisico, in una disciplina cosí complessa e impegnativa?

Soprattutto se si corrono le distanze più lunghe, oltre all’allenamento fisico è assolutamente imprescindibile educarsi a un buon equilibrio psicologico. Nuotare, andare in bicicletta e correre per tantissimi chilometri e molte ore sempre soli con se stessi, è una prova di grande equilibrio, prima ancora che di forza e prestanza atletica. In questo, l’atleta aging supera spesso il giovane, per esperienza e resilienza.

Un aspetto, quello psicologico, di non poca rilevanza, che si ripercuote positivamente, se ben gestito, anche nella vita di tutti i giorni, nel lavoro e in famiglia, proprio in una fase della vita in cui viceversa c’è la tendenza a perdere via via l’equilibrio per affrontare gli eventi critici e la capacità di reazione per superarli efficacemente o dominarne gli effetti.

Dunque…il triathlon come panacea di tutti i mali?

Diciamo che il triathlon, che ho cominciato a praticare a 59 anni, dopo tanti anni di corsa su strada, mi ha cambiato la vita. In meglio. Sotto il profilo fisico e psicologico.

Con il tempo e la pratica non solo ne ho compreso meglio gli aspetti tecnici, ma ne ho apprezzato anche il senso più profondo, che rappresenta un po’ il paradigma della vita, come ho scritto nelle conclusioni del mio libro.

Come durante la frazione di nuoto, infatti, negli anni della giovinezza sgomitiamo per crescere e farci una posizione, tra i pugni e i calci che la vita quotidianamente ci propone, a volte respirando con difficoltà perché presi dalla voglia di arrivare bene e presto, cercando una boa che ci indirizzi verso un futuro migliore.

Se siamo stati abbastanza forti da superare tutte le asperità, saliamo in sella al nostro destino, solo apparentemente seduti comodamente, perché consapevoli che non sarà facile superare sempre e bene le salite, le discese, le curve e le eventuali cadute che il lavoro, la famiglia, i rapporti umani ci prospetteranno.

E se anche poi, alla fine, troveremo comunque la capacità di affrontare efficacemente questa lunga prova, verrà comunque prima o poi il momento di mettere i piedi per terra e capire che è dura correre ancora dopo tante fatiche e ostacoli.

Solo coloro che credono veramente in sé stessi, e che per questo motivo hanno avuto la capacità di superare senza soccombere tutte le difficoltà del percorso, avranno ancora la forza e l’energia per vivere al meglio la prova più complessa, che con la terza età ci corre incontro, con l’auspicio di arrivare al traguardo degli anni nel modo migliore.

6 Commenti

  1. Franca

    Concordo con le riflessioni del dottor Camporese. Ho sperimentato che un certo livello di agonismo fisico rinforza anche lo stato psichico. Ho verificato nella mia carriera di insegnante che tutti i ragazzi che praticavano sport ad un certo livello erano anche quelli che riuscivano meglio nello studio…Certamente mettersi alla prova con attività sportive impegnative ad una certa età comporta un surplus di energie che stanno pian piano diminuendo, perciò la fatica è doppia e quindi si ha la tendenza a mollare. Anch’io sono una che non si rassegna e faccio quel che posso per me stessa, compatibilmente con famiglia e lavoro. Spero nella pensione e in un recupero di volontà…come diceva il filosofo…

    Rispondi
    • Silvia Magnaldi

      Grazie per il commento.
      Credo che il lavoro per mantenere ben equilibrata la psiche sia fondamentale soprattutto in questo periodo storico. Se poi si comincia da giovani, meglio!

      Rispondi
  2. Claudio Albertini

    Perfettamente d’accordo,Ho 65 anni ex medico ospedaliero specialista in Anestesia e rianimazione e pneumologia in pensione da 10 mesi,con un passato di 30 anni di maratone,corsa in montagna e scialpinismo.A 58 anni ho incominciato ad allenarmi nelle 3 discipline per mio piacere,senza partecipare a gare ma organizzandomi ogni tanto un olimpico da solo,per conto mio. Questo approccio mi ha consentito di conseguire un equilibrio psico-fisico impensabile.Da fare soprattutto dopo una certa età.

    Rispondi
    • Silvia Magnaldi

      Grazie per il commento.
      La parte più difficile è probabilmente l’inizio, no?

      Rispondi
  3. Alberto Acerbis

    La relazione sport vs vita è vecchia almeno quanto l’uomo, e ognuno ci ha trovato/messo tutte le proprie motivazioni per andare avanti.
    Sono uno sportivo amatoriale ormai, con un trascorso da agonista nel basket; ora corro, arrampico, faccio scialpinismo … mi diverto faticando insomma,
    soprattutto perchè per lavoro sto seduto davanti ad un PC parecchie ore al giorno.
    Dopo la stagione agonistica ho chiuso con il basket, non accetto compromessi nemmeno nello sport: se vuoi fare agonismo lo devi fare per vincere,
    se vuoi far sport per darti la carica, allora l’unico avversario sei tu, e gli sport di fatica si sposano perfettamente con questa filosofia, a mio modesto parere.
    A 52 anni, non lo nego, il Triathlon mi attira parecchio, mi ero ripromesso di provarci dopo un brutto infortunio al piede durante il quale, per recuperare,
    ho riscoperto la piscina, dove da giovanissimo, qualche garetta l’avevo disputata, sport poi abbandonato per sua maestà il Basket.
    Chissà, forse questo post ha risvegliato la voglia di provarci, e appena si tornerà alla normalità potrei anche cimentarmi.

    Grazie Doc.

    Rispondi
    • Silvia Magnaldi

      Provaci assolutamente, e porta con te anche Mauro Z., che sarà un ottimo compagno di avventura!

      Rispondi

Rispondi a Claudio Albertini Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Condividi