Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

Un argomento che mi ha sempre affascinato è la motivazione: perché alcune persone si imbarcano in progetti che altri ritengono pazzeschi?

Cosa spinge un professionista (io penso ai Medici, ma il problema riguarda molte altre categorie) a lavorare giorno e notte per anni?

Perché altri studiano invece lunghi anni e, ottenuta la sospirata laurea, impostano la loro vita in modo che il lavoro rappresenti solo una fonte di reddito (più alto possibile) e mirano ad avere più tempo possibile per altre cose? E quanta energia e quali motivazioni mettono proporzionalmente nel lavoro e nelle attività collaterali?

Mi emoziono sempre quando incontro una persona motivata (riconosco quasi sempre “gli occhi della tigre” – cfr. Julio Velasco) e sono sempre un po’ delusa nel caso contrario, ma credo sia una questione generazionale. Semplificando molto, le nuove generazioni hanno una scelta talmente ampia tra stimoli ed opzioni diversi che la frammentazione delle energie spendibili nelle singole direzioni è naturale.

Franca Fonzari è un’amica di vecchia data, con una solida cultura, un’acuta intelligenza, molto buon senso ed uno sguardo ampio ed ironico sul mondo. Dopo una lunga carriera tra i banchi di scuola, tra poco andrà in pensione.

Ho pensato di chiederle un parere sull’argomento, riferito alla sua esperienza di insegnante, delimitando quindi il campo d’indagine alla motivazione scolastica (ma avendo in mente i suoi riflessi successivi).

Quali sono le tue idee sulle diversità interindividuali nella motivazione ad apprendere?

A conclusione della mia carriera scolastica come insegnante di lettere nel liceo artistico di Udine, dopo aver partecipato ad accesi dibattiti e a corsi di aggiornamento sulla “motivazione all’apprendimento”, posso dire di essere giunta ad una mia conclusione sul perché alcuni ragazzi sono più reattivi di fronte agli stimoli didattici proposti ed altri meno.

E’ una problematica su cui psicologi e pedagoghi illustri hanno speso pagine e pagine di riflessioni: disposizione psicofisica innata o debitrice della cultura e dell’ambiente sociale?

I sostenitori della prima ipotesi (cognitivista, cioè della motivazione come pulsione fisiologica) riducono il concetto ad una sorta di bisogno; gli studiosi che propendono invece per una spiegazione comportamentista della motivazione la descrivono come uno slancio psicologico appreso e condizionato dove la soddisfazione costituisce un rinforzo positivo.

Oggi, infine, la tendenza è quella di collegare la motivazione alla personalità, come un dato intrinseco che spinge all’esplorazione, al mettersi alla prova nell’affrontare problemi e all’affermazione del sé, ma che si fonda sulla tipologia di esperienze vissute, sugli influssi dell’ambiente che hanno forgiato lo sviluppo.

Per quale teoria propendi?

Sicuramente per quest’ultima. Esistono anche motivazioni estrinseche che spingono il soggetto ad assimilare (successo, ammirazione, premio, accettazione, competizione, potere…), ma la spinta motivazionale che coinvolge tutto il sé in un processo di crescita e di maturazione nasce all’interno della vita di esperienze e di relazione della persona.

Il problema che si pone, quindi, è come attivare, guidare o incrementare la motivazione dalle elementari in poi. Anche qualora il bambino dimostri un gran desiderio di sapere, la sua energia deve essere incanalata e non appiattita, se il bambino non manifesta il piacere della scoperta e della manipolazione delle conoscenze, è compito del maestro inculcarglielo e sappiamo che il lavoro dei maestri è davvero pregevole.

Bisogna premiare l’eccellenza ed incoraggiare i più deboli.

Lo scarto motivazionale che distingue la massa di allievi avviene però per lo più nella scuola media e superiore, dove intervengono dinamiche legate alla fase adolescenziale, dove gli stimoli non sono solo quelli trasmessi dal filtro familiare o scolastico ma anche esterni (mass media, cellulare, computer, sfera amicale…), dove anche il rapporto docente/discente cambia valenza.

Sono quindi tante le variabili che possono modificare la situazione di partenza: il bambino motivato e diligente può disperdere le proprie energie altrove, mentre quello più fragile e meno motivato può acquisire nel tempo il piacere di sapere e di saper fare.

Con chi si confrontano dunque i docenti dei diversi gradi?

In classe noi docenti ci troviamo con allievi che hanno già di loro un atteggiamento motivante nei confronti della scuola e chi invece manifesta insofferenza e ostilità verso l’apprendimento scolastico.

Alcuni, pochi, sanno già perfettamente a 16/17 anni quello che vorranno essere da adulti, mentre per la maggioranza il futuro è un punto di domanda. Altri ancora, i più maturi e consapevoli, al di là del mestiere che svolgeranno nella vita, percepiscono il sapere come fonte di motivazione per il miglioramento di se stessi.

Quando ci si trova dietro la cattedra, con l’obiettivo di insegnare e di veicolare una cultura personalmente già metabolizzata, ci troviamo dunque di fronte ad una platea quanto mai variegata e diversamente motivata.

I nostri sforzi sono indirizzati proprio verso gli studenti più svogliati, indifferenti o demotivati. Allora si escogitano le armi più disparate per catturare la simpatia, l’attenzione e la stima da parte dei ragazzi, condizione fondamentale per un rispetto reciproco e poi per un lavoro proficuo.

Quanto il docente può influire sulla motivazione degli allievi?

Molto, il docente è una guida, spesso un punto di riferimento del mondo degli adulti in assenza di vere figure genitoriali alle spalle. Penso che la famiglia in disfacimento sia il vero problema di molti ragazzi che si perdono e, ahimè, non riescono a trovare la loro via. Ho constatato in questi ultimi anni che c’è un aumento esponenziale di adolescenti con problemi psicologici pesanti, a volte invalidanti.

La scuola, con il centro di ascolto, i contatti con le famiglie e i suggerimenti indicati da docenti esperti, riesce a recuperare alcuni casi, altri però si disperdono e questo fa molto male. Mi è capitato più volte di rappresentare per loro l’unico appiglio ad una realtà “normale” in un contesto degradato. Ovviamente va scongiurato l’effetto Pigmalione, così poeticamente raffigurato nel film “L’attimo fuggente”, e vanno evitate situazioni come il Prof. amicone o quello asettico e distante.

Tra gli allievi e il docente si devono mantenere rapporti di equilibrio, misura e consapevolezza dei ruoli. Certamente saper ascoltare, cogliere i suggerimenti, valorizzare gli interventi, premiare i miglioramenti sono indici di comprensione e di rispetto e stimolo per superare le difficoltà.

Quali sono i fattori energetici della motivazione?

L’interesse è un importante fattore energetico della motivazione. Sia l’allievo evitante, sia l’allievo che possiede già una motivazione, intrinseca o estrinseca, di padronanza o di performance che sia, possono essere rinforzati. E’ qui che entra in gioco l’insegnante, che può modificare o rinforzare l’atteggiamento degli studenti nei confronti del sapere e del saper fare.

L’interesse situazionale, cioè l’interesse legato all’ambiente di apprendimento, è frutto di proposte nuove e stimolanti, come l’offerta di conoscenze comprensibili e apprezzabili oltre che funzionali, dell’utilizzo di metodi e strumenti accattivanti e vicini al mondo e ai linguaggi degli studenti, ma soprattutto del sostegno e dello sviluppo della socialità e della cooperazione tra pari e con il mondo adulto.

La dimensione emotiva e sociale e l’apprendimento sono strettamente connessi tra loro.

Appurato ciò, la motivazione è indispensabile per imparare?

Per un apprendimento a breve scadenza no, per imparare per la vita sì. Mi spiego. Studiare alcune pagine di storia finalizzate all’interrogazione richiede uno sforzo di memoria per l’assimilazione di eventi, date, ecc. Una volta superata la prova, però, magari con successo, non rimane nulla dello sforzo compiuto. Quando invece vengono richieste una riflessione personale su quelle pagine e una rielaborazione critica, ecco che lo sforzo dell’apprendimento non è più vano, perché ha coinvolto tutto il costrutto motivazionale e ha apportato linfa alla personalità.

Va quindi ripensato il modo di proporre i contenuti.

Qual è il modello di apprendimento a cui ti sei ispirata?

II modello di apprendimento che stimola la motivazione è quello esperienziale, che fa leva su esperienze simulate con metodo partecipativo, che offre la possibilità agli allievi di capire meglio i propri bisogni, i punti di forza e quelli deboli. Si parla di “didattica delle competenze”: attraverso esperienze esemplari e sfidanti, si sollecita interesse e coinvolgimento globale del discente.

La trasmissione dei saperi, quindi, passa dalla carta stampata e dalla lezione frontale ad un sistema di ricerca di gruppo o individuale e alla predisposizione di un prodotto (relazione, testo interpretativo, recensione, testo multimediale, ecc.), che ha un riscontro nella realtà.

E’ un metodo che valorizza l’insegnante come adulto significativo che guida la classe a scoprire interessi, talenti, risorse, che apre la scuola alla scoperta del territorio.

E’ evidente che anche il formatore deve essere formato.

Certamente le qualità richieste al “formatore” sono molte, dalla conoscenza delle dinamiche di gruppo, alla progettazione del percorso, all’interazione con altri docenti, ecc. Quindi la formazione è essenziale e poi la sperimentazione in classe con la collaborazione dei colleghi è altrettanto basilare.

La didattica per competenze infatti è interdisciplinare e richiede una certa sintonia di intenti nel gruppo docente.

Cosa si intende per competenza?

La competenza è una sintesi tra conoscenza e abilità (saper fare), insieme ad atteggiamenti e comportamenti che vengono attivati nella produzione di prove reali ed adeguate.  

Ecco che la scuola dovrebbe abbandonare i vecchi sistemi di trasmissione del sapere per adottare formule innovative in rapporto ad un mondo in continua evoluzione. Un tempo gli scarti generazionali erano ridotti, i giovani venivano indirizzati nelle scelte di vita dalla famiglia o dalla comunità.

Oggi non è più così, perché c’è un grande individualismo da un lato e dall’altro la tendenza all’appiattimento nel mare magnum di una massa senza identità. I ragazzi quindi sentono un profondo bisogno di affermazione di sé, ma anche di appartenenza all’unità del sistema.

Sicuramente la didattica per competenze aiuta alla formazione di cittadini autonomi, consapevoli e responsabili, rende i ragazzi consci dei propri processi di apprendimento, capaci di imparare a imparare, coltiva talenti, aiuta le loro scelte future.

E’ un sistema diffuso e nuovo?

E’ da una decina di anni, circa, che è iniziata la formazione dei docenti delle superiori a questa nuova didattica, ma molti dirigenti fanno orecchi da mercante, poiché è faticoso e impopolare traghettare un intero corpo docente in una direzione tutta da sperimentare e la maggioranza degli insegnanti continua a fare didattica tradizionale, nonostante le raccomandazioni europee di riferimento.

Molti colleghi infatti non sono “motivati” al cambiamento, faticano a mettersi alla prova, a sperimentare, trincerandosi spesso dietro rivendicazioni legate ad uno stipendio poco gratificante (il che è una realtà!) e ad alla scarsa considerazione del ruolo sociale.

Tutto vero, ma, quando si ha a che fare con dei ragazzi da plasmare, questi limiti cadono, se si pensa all’obbiettivo finale: formare le nuove generazioni! Mica poco… Rattrista dire che sono proprio le nuove leve di insegnanti quelle più refrattarie al cambiamento.

Ritorna il discorso di prima sulla motivazione, che non vale solo per il ragazzo ma anche per l’adulto!

La motivazione va allenata nella vita e ha come obiettivo l’acquisizione di una cittadinanza attiva.

E poi, in campo lavorativo, non è il raggiungimento della laurea o dell’abilitazione che fa un buon insegnante, ci vuol ben altro, e di insegnanti bravissimi fortunatamente ce ne sono molti, quelli che lanciano sempre il cuore oltre l’ostacolo…

 

Hai parlato prima di raccomandazioni europee sulla didattica, cioè?

 

Le certificazioni delle qualifiche europee, accettate da tutti gli stati membri, si basano su precise competenze riferite ad ogni singolo mestiere e il sistema dell’istruzione deve tener conto di questo se non vogliamo sfornare disoccupati e disadattati.

Il 22 maggio 2018 il Consiglio europeo, accogliendo la proposta della Commissione europea ha emesso la «Raccomandazione relativa alle competenze chiave per l’apprendimento permanente per la promozione di valori comuni, di un’istruzione inclusiva e della dimensione europea dell’insegnamento».

Le nuove competenze sono:

  1. competenza alfabetica funzionale
  2. competenza multilinguistica
  3. competenza matematica e competenza in scienze, tecnologie e ingegneria
  4. competenza digitale
  5. competenza personale, sociale e capacità di imparare a imparare
  6. competenza in materia di cittadinanza
  7. competenza imprenditoriale
  8. competenza in materia di consapevolezza ed espressione culturali.

 

Si tratta di traguardi molto ambiziosi, realizzabili davvero?

E’ una sfida che la scuola deve fare propria, la didattica a distanza ad esempio, nonostante tutti i limiti dovuti alla lontananza fisica, alla mancanza dell’interazione diretta, ha avuto il pregio di attivare le competenze digitali e di far riflettere i ragazzi in materia di cittadinanza di fronte a tutta una serie di limitazioni alle nostre libertà, in contrasto ai dettami della nostra Costituzione.

Molte sono le occasioni per attivare le competenze, ma farlo in maniera sistematica necessita di un team di docenti preparati ed allenati. Io ho avuto la fortuna di poter lavorare con alcuni colleghi “motivati” come me e abbiamo avuto belle soddisfazioni.

Mi auguro che la scuola del futuro possa davvero essere all’altezza delle trasformazioni in atto e che i nostri politici riservino più attenzione e risorse al sistema educativo che rappresenta la base della nostra società.

12 Commenti

  1. Chiara Mantesso

    Pienamente in linea con quanto esplicitato dalla prof.ssa Fonzari, ho avuto il privilegio di conoscerla e assistere alla crescita di allievi competenti grazie all’umanità, alla professionalità e all’amore per l’insegnamento, fondamentali per un docente che trasmette motivazione.

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  2. Gabriele

    Da ex allievo posso dire che la scuola superiore è stata per me un periodo di crescita e incanto. Ricordo con piacere i pochi insegnanti severi ma giusti, piuttosto che gli amiconi. La scuola media un buco nero.

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  3. Marina

    Che splendida analisi!!! Mi auguro davvero che i ragazzi possano incontrare sul loro cammino dei professori così preparati ed appassionati da poterli far crescere prima di tutto come persone.
    Oggi ai ragazzi possono essere offerti svariati stimoli e percorsi, e non è sempre così semplice individuare la propria strada, per diventare adulti, ma soprattutto per essere “cittadini del mondo”.
    Spero che il patrimonio di competenze acquisito da professori così motivati, purtroppo ormai prossimi alla pensione, possa in qualche modo essere trasmesso agli insegnanti di nuova generazione….sarebbe una solida base formativa per le stesse nuove leve della scuola.
    Un grazie a chi si dedica con tanto amore alla costruzione di una nuova società!

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  4. Carolina Agosto

    Condivido pienamente la premessa all’intervista della dott.ssa Magnaldi, e l’analisi della stimatissima collega Fonzari. Di tanti obiettivi e competenze richiesti dal nostro sistema educativo e formativo, italiano e europeo, apprezzo lo sforzo di coerenza e adeguamento fatto dalla nostra professoressa e dai migliori professori.
    Aggiungo che riguardo le competenze per l’introduzione dei nostri allievi in un sistema economico efficiente, sarebbe bene mantenere ancora una certa diffidenza verso una scuola che spinge l’adolescente verso l’esperienza lavorativa. L’alternanza scuola- lavoro ha sacrificato il tempo scolastico della lettura e della riflessione, con simulazioni di lavoro spesso lontane dalla realtà e iper-protette.
    Grande frustrazione dell’insegnante e dell’allievo infine è verificare le continue riforme della scuola e le eterne incongruenze fra mezzi offerti e obiettivi richiesti, che rendono necessari sempre creativi interventi umani da entrambe le parti.

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  5. Giovanna Marselek

    Approfondita e interessante analisi da parte di una docente particolarmente sensibile e dotata di una visione sia teorica che pratica del ” fare scuola” la Prof. Fonzari, del mondo scolastico in tutte le sue componenti (studenti, famiglie,docenti , dirigenti), proposta di una metodologia didattica atta a valorizzare ogni studente per creare cittadini attivi, consapevoli quindi dotati di spirito critico e autonomia.

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  6. Giovanna Marselek

    Approfondita analisi del mondo della scuola in tutte le sue componenti con proposta di una metodologia didattica atta a valorizzare OGNI studente per renderlo cittadino attivo consapevole e dotato di spirito critico , in una prospettiva di competenze condivisibili da tutti i giovani europei. Grazie alla.Prof. Fonzari, per il suo impegno pratico e teorico sul fronte scolastico, sempre sostenuti da un atteggiamento positivo e costruttivo.

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  7. Elena

    Riflessioni ragionate e profonde.
    Grazie Franca per essere d’ispirazione come insegnante, come donna…e come mamma. Grazie mamma.

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  8. Paola Carboni

    La professionalità e sensibilità di Franca sono note a chi l’ha conosciuta, a scuola e ovunque ci sia qualcosa da scoprire, sperimentare e vivere in profondità. Le sue risposte rappresentano possibili e convincenti strade da percorrere, nella complessità di un mestiere difficile e bellissimo. Grazie per la condivisione.

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  9. Lorena Urli

    Utilissimi spunti di riflessione, frutto di tanta osservazione e dedizione al proprio lavoro. Concordo in particolare sull’importanza che l’adulto/docente riveste per l’allievo: non semplicemente l’esperto di un certo settore, ma persona che offre un’ipotesi di affronto della realta’ , con passione e curiosita’ , e che, proprio per questo, puo’ suscitare l’interesse del giovane.

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  10. Marta CESARE

    Interessante excursus su un tema complesso e importantissimo! La motivazione, in fondo, si ricollega ai valori (la punta della piramide di Maslow), quelli della persona e quelli di una società. E, soprattutto questi ultimi, hanno senza dubbio subito modificazioni rapide e profonde negli ultimi tempi, in particolare nella nostra società occidentale.
    Motivazione è “buttare il cuore oltre l’ostacolo” sapere dove ci si trova e avere una “visione” di dove si vorrebbe arrivare e tenderci, nella consapevolezza che la ricerca di senso si costruisce lungo il percorso. La scuola può aiutare ad elicitare, sostenere, sviluppare curiosità, interessi e passioni, nella prassi quotidiana.
    Il docente, in tal senso, dovrebbe essere un modello di riferimento e quindi dovrebbe saper curare in modo equilibrato il sapere, il saper fare e il saper essere suo e dei suoi studenti. La sua professionalità deve poggiare su solide conoscenze disciplinari, grande competenza metodologico-didattica ed autenticità.
    L’altro elemento su cui la scuola può agire è appunto sviluppare la “tenuta” rispetto al tra-guardo, che non è soltanto la meta, quanto qualcosa oltre cui dirigere lo sguardo, una traiettoria lungo cui “scoccare” la propria vita, sapendo che il tragitto non sarà facile.
    Affinché la motivazione si trasformi in qualcosa di stabile che guida l’agire delle persone nel tempo, credo sarebbe anche interessante indagare l’area della determinazione e il concetto di sacrificio. Ci sono lavori condotti ormai da anni che indagano, ad esempio, la capacità di dilazionare la gratificazione (il “tutto e subito”): dall’ esperimento detto “dei biscotti Oreo” fino alle ultime ricerche condotte da Angela Lee Duckwork (Professor alla Pennsylvania University). Riguardo invece al sacrificio, dopo la crisi del cristianesimo, fatica ancora ad affermarsi un sistema di valori laici solidi e condivisi e su larga scala. Anche se i recenti avvenimenti (crisi climatica, fenomeni migratori, iniqua distribuzione della ricchezza e non ultimo, il Covid-19) mostrano segni di rinascita, di consapevolezza ed impegno, proprio fra le nuove generazioni.

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    • Silvia Magnaldi

      Grazie per questo intervento, traboccante di spunti! Se la conoscessi la inviterei ad ampliare alcune parti: ad esempio e tra l’altro, sono interessata all’autenticità del docente, alla capacità di dilatazione della gratificazione ed alla possibile reinterpretazione del concetto del sacrificio, così caro agli sportivi.

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  11. Italy_Jobs

    Ci sar il tema della salute e quello della scuola Nel periodo di permanenza in Italia vanno garantite almeno l assistenza pediatrica di base e le relative vaccinazioni e l assistenza psicologica nei casi in cui si riveli questa necessit . Ogni bambino poi ha diritto all educazione e tutti sappiamo quanto la scuola sia fondamentale nella normalit quotidiana di un bambino. Se i tempi di permanenza diventeranno lunghi, sar importante prevedere che questi bambini possano frequentare le scuole, possibilmente dopo aver avuto accesso a un percorso di apprendimento della lingua italiana. Se invece la permanenza in Italia sar breve, si potrebbero organizzate esperienze di nido e scuola provvisorie, interclasse, in luoghi comunitari, magari gestite da dirigenti scolastici, insegnanti e educatori volontari, in pensione con il coinvolgimento dei nostri studenti universitari. Quel che certo che occorrer creare a livello locale delle cabine di regia dell accoglienza dove ci sia l ente locale, la scuola, l Asl, l univesit , il volontariato, le parrocchiee La parte logistica dell accoglienza la prima, ma poi dobbiamo garantire qualit della vita a queste persone. stata condivisa la necessit di una regia comune per la definizione di una mappa operativa e integrata dei diversi interventi, sia nell’accoglienza che nell’attivazione di percorsi di integrazione.

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