Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

“Il dolore atterrisce oppure rivoluziona”1

 

Cenni etimologici

Il termine dolore deriva dal latino dolor e viene definito come «qualunque sensazione soggettiva di sofferenza provocata da un male fisico» ma anche come «patimento dell’animo,  strazio, sofferenza morale»2. Secondo l’OMS, esso consiste in «un’esperienza sensoriale ed emotiva spiacevole associata a (o simile a quella associata a) un danno tissutale potenziale o in atto»3.

Il termine sofferenza, che deriva dal sostantivo latino sufferentia, definisce la realtà di chi soffre dolori fisici o morali, ma anche la capacità di sopportare e di avere pazienza (il termine latino, d’altronde, traduce proprio il senso della pazienza)4.

Forme del dolore

Il dolore può essere definito e classificato secondo vari parametri, necessari, soprattutto in ambito clinico, per stabilire il grado di sofferenza e adottare di conseguenza la strategia terapeutica idonea a contrastare e annullare il sintomo dolore. A seconda della natura, intensità, durata, localizzazione, qualità, frequenza, nonché del grado di percezione e di sopportazione del dolore, che è originale e diverso da persona a persona (la soglia del dolore), è possibile, per ogni situazione caratterizzata da dolore, comprenderne il grado di sofferenza relativa e adoperarsi di conseguenza per approntare e realizzare quel percorso di cura ottimale e adeguato a spegnere quel dolore e quella sofferenza.

Quando un organismo umano riceve una sollecitazione negativa e sfavorevole a carico di una delle sue componenti fondamentali – fisica, psichica o spirituale –  esso risponde secondo varie modalità, una delle quali può essere il dolore. Dunque, il dolore rappresenta una modalità espressiva estremamente significativa e valida attraverso la quale l’organismo organizza una strategia difensiva nei confronti dell’insulto subito. Così inteso, il dolore ha una connotazione positiva, un valore se vogliamo favorevole, poiché rappresenta un segnale  specifico di allerta nei confronti di uno stimolo esterno incoerente e sgradevole. È il caso del dolore quale sintomo di una patologia che rivela al soggetto la presenza di un pericolo immediato che attenta all’integrità della persona. A volte è il dolore fisico dato da una malattia del corpo, a volte è il dolore della mente, per un disagio psichico più o meno radicato, a volte è il dolore dello spirito, inteso come dolore interiore che sconvolge l’anima nel profondo. Una volta individuata la causa del dolore sarà possibile adottare ogni mezzo possibile e conosciuto per eliminarlo attraverso la rimozione della causa.

Dal dolore alla sofferenza

Ma bisogna dire che non sempre è così semplice. Infatti, spesso, se non sempre, il dolore investe contemporaneamente le varie componenti dell’uomo, riuscendo così a determinare un corto circuito di sensazioni negative che generano la dimensione della sofferenza. È quel che accade quando un dolore cronico, continuo e persistente  (quale si realizza nelle patologie degenerative, neurologiche ed oncologiche, soprattutto nella fase avanzata di malattia) si trasforma in dolore globale. Un disagio psicologico, doloroso già in sé, può minare la corporeità attraverso la somatizzazione e alterare le dinamiche più profonde dello spirito, così come, parimenti, un dolore fisico persistente, incoercibile e invalidante, alla lunga lede le capacità reattive della psiche scavando nell’interiorità fino alla prostrazione e alla rassegnazione. È ciò che succede quando il dolore travalica nella sofferenza, quando il dolore sintomo si trasforma in dolore totale, impegnando contemporaneamente le tre dimensioni della vita fino alla perdita di quel fragile equilibrio che nell’uomo può esistere solo quando regna l’armonia tra corpo, mente e spirito. È allora che l’integrità dell’essere umano è gravemente minacciata poiché cade l’unità sintonica delle sue dimensioni esistenziali.

A questo punto diventa estremamente facile entrare nel campo della cosiddetta sofferenza esistenziale, di quella sofferenza «senza sbocco (non ci possono essere sviluppi migliorativi) e senza giustificazione (non se ne comprende “oggettivamente” la necessità»5. Quando ci si trova nella condizione di dover fare la tragica esperienza di quel dolore globale che, rappresentando una realtà negativa totalizzante, esalta grandemente la fragilità dell’uomo esponendolo alla caduta del senso e della speranza in una dimensione di agonia che configura appunto quella sofferenza totale che investe tutte le dimensioni dell’esistenza, si entra in quella «condizione di sofferenza globale in cui, anche in assenza di sintomi dolorosi di carattere fisico (o comunque di fronte a un dolore fisico ben controllato) e anche in presenza di un sistema di relazioni umane e affettive adeguate, di adesione a valori spirituali e/o religiosi, la persona sperimenta un’angoscia profonda in cui gli scenari di senso precedenti perdono la loro pregnanza»6.

Conclusioni

Dolore e sofferenza rappresentano motivo di scandalo per l’uomo in quanto realtà fortemente contrastanti con il desiderio di felicità, di bene e di eterno che da sempre albergano nel cuore stesso dell’uomo. Il dolore, infatti, e la sofferenza relativa, sono causa di disumanizzazione; pertanto, in netta opposizione rispetto a qualunque concezione doloristica, è tempo di affermare con forza che costituisce un obbligo morale l’adoperarsi con ogni mezzo consentito per allontanare e scongiurare ogni occasione di dolore e di sofferenza. Inoltre, in Italia la questione è correttamente normata dalla legge 38 del 2010 che garantisce a tutti l’accesso alla terapia del dolore attraverso percorsi sempre più semplificati che garantiscano la formazione, la sensibilizzazione e la creazione di circuiti virtuosi di rete e di comunicazione finalizzati.

Dunque, assume la valenza di vera e propria responsabilità etica il dovere di annullare e spegnere ogni dolore e ogni sofferenza perché emerga sempre l’uomo e la sua dignità su tutto, specialmente nell’ultima fase della sua vita, in quel tempo delicatissimo e prezioso in cui ogni cosa può ritrovare il suo senso e ci può essere ancora spazio per nutrire la propria speranza e trovare la pace del cuore.

 

Note bibliografiche

  1. Antonia Chiara Scardicchio, La ferita che cura, Anima Mundi Edizioni, 2020, pag. 35
  2. treccani.it
  3. Ibidem
  4. Ibidem,
  5. Sonia Ambroset-Luciano Orsi, Quando tutto è dolore, Armando Editore, 2017, pag. 16
  6. Ibidem, pag. 28

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