Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

Ho conosciuto Giovanni Farro, Medico Palliativista, tramite una cara amica che mi aveva segnalato una persona particolarmente ricca di interessi e spunti di discussione. Così ho deciso di fare una chiacchierata con lui.

Nato nel 1963 a Palermo, dove vive con la moglie Alessandra e il figlio Ciro, Giovanni Farro ama e odia la sua terra, piena di ogni cosa e del suo contrario, ma non potrebbe vivere altrove.

Diplomato al liceo classico, laureato in Medicina e Specialista in Chirurgia d’Urgenza e Pronto Soccorso, ha “fatto” tutti i “tipi” di Medico (di medicina generale, guardia medica, chirurgo di reparto e di sala operatoria, medico presso un grande centro di raccolta sangue, endo- e broncoscopista, medico di Pronto Soccorso e dirigente in un reparto di Lungodegenza), ma prestissimo si appassiona ai temi di bioetica del fine vita, di cui acquisisce un master e diviene docente per alcuni anni, prima di diventare Dirigente presso l’Hospice di Palermo, incarico che ricopre dal 2018.

Ha molto amato il tennis e fa parte, in qualità di batterista, di una piccola jazz band, assecondando così la sua antica passione per la musica, passione ereditata poi dal figlio Ciro, che studia al conservatorio di Palermo pianoforte e composizione con l’idea precisa di comporre musica per il cinema.

 

Riguardo alla prima parte della tua vita lavorativa, parli con piacere del periodo come medico di guardia medica sulle isole (Lampedusa, Linosa e Ustica) e della grande esperienza formativa con gli isolani e con i primi migranti provenienti dall’Africa. Cos’ha in comune questa esperienza con l’Hospice?

L’esperienza di medico di guardia medica, svolta soprattutto presso le isole che hai menzionato, mi ha fatto capire ed apprezzare il valore del rapporto fiduciario, esclusivo e personale con il Paziente.

Sulle isole, dove si lavora quasi sempre in solitudine e il medico di guardia rappresenta il primo e spesso unico riferimento sanitario, ho avuto modo di coltivare questo rapporto così particolare, perché basato sull’affidarsi, ed ho trovato forti stimoli per approcciare la nostra professione con uno sguardo nuovo e più “appassionato”, in particolar modo rispetto ai suoi risvolti etico-morali.

La conoscenza della realtà drammatica delle migrazioni ha ulteriormente rafforzato il mio percorso, che definirei di “umanizzazione della cura”, accentuando la mia attenzione nei confronti degli uomini e delle donne in difficoltà che, con grande fiducia, chiedono una mano tesa in loro soccorso.

Ho capito, in particolare, di non avvertire alcun senso di estraneità di fronte ai volti, anche i più sconosciuti e lontani, di tutti coloro che lottano per la propria vita.

Questo percorso mi ha portato, in armonia di intenti e desideri con Alessandra e Ciro, a prendermi cura di Ousseni, un ragazzo africano, della Guinea Bissau, già ferito gravemente e poi guarito, nel tentativo di avviarlo, attraverso la via dell’integrazione graduale, all’autonomia e all’indipendenza.

E com’è andata con Ousseni?

Dopo tre interventi chirurgici di una certa importanza, ora Ousseni gode di buona salute ed ha avuto l’opportunità di studiare la lingua italiana e di formarsi nel campo dell’agricoltura, come lui desiderava.

Oggi lavora come bracciante in un paese dell’entroterra siciliano, nella speranza di ottenere il rinnovo prolungato del permesso di soggiorno.

Sebbene il nostro sostegno sia stato fondamentale, non avremmo potuto raggiungere questi risultati senza l’apporto fondamentale di tutte le persone che, a vario titolo, hanno collaborato efficacemente a tal fine.

Vedi, Silvia, attraverso questa esperienza ho avuto la fortuna di conoscere quanto bene e desiderio di bene e di pace ci sia intorno a noi; esiste, vive ed opera alacremente e instancabilmente un’ampia rete di uomini e donne che, nel silenzio e con perseveranza, continua a lavorare per il bene degli altri, spesso a titolo volontario. E ormai ho la certezza che è il bene che domina nel mondo e che è l’amore che permette all’umanità di sopravvivere. Altrimenti, non saremmo più.

Che sensazioni ti ha dato l’inizio del lavoro effettivo all’Hospice?

Dal primo giorno ho avuto la netta sensazione di lavorarci da sempre e di sentirmi in grado di reggere tutto con disinvoltura e sicurezza. Non mi ero mai sentito così a mio agio, così al posto giusto. Bella la chirurgia, bella l’endoscopia, ma le cure palliative rappresentano l’unica vera realtà professionale presso cui sento di potere dare e da cui sento di poter ricevere il massimo. Come mi disse ironicamente un caro e fraterno amico e collega, Enzo Trapani, già responsabile del PS e del bed management dell’Ospedale Civico, con cui ho passato anni di trincea in PS, l’Hospice è “la morte mia”. Abbiamo riso molto.

Il tempo, sempre troppo breve ma che per alcuni (soprattutto malati oncologici) diventa un fatto quasi palpabile, ha un senso diverso in Hospice?

Il tempo è un concetto relativo, la cui percezione varia da persona a persona; e questo vale non solo per la “quantità” del tempo vissuto, ma anche per la “qualità” con cui si vive il proprio tempo. Ciò dipende da tanti fattori, esperienziali, ambientali, storici, ma ognuno di noi vive in maniera originale e unica il tempo della propria vita.

Io ho capito che non ero e non sono fatto per altro che per questo, per le cure palliative: qui recupero giorno per giorno il senso della vita, mia e in generale di quella dell’uomo, non devo più correre, non devo più competere, non devo più, per forza, arrivare prima degli altri. Posso curare sempre meglio le virtù della pazienza, dell’ascolto e della compassione.

Mi sto riappropriando del mio tempo, posso vivere più lentamente, con l’obiettivo prioritario di custodire la mia unità di uomo in mente, spirito e cuore, unica modalità per presentarsi all’uomo sofferente in maniera efficace e credibile.

Cosa ti senti di imparare dalla quotidianità dell’Hospice?

C’è sempre qualcosa da imparare: io, che amo il silenzio e preferisco la sera e la notte, quando tutto ritrova il suo senso, gli animi si placano e ogni uomo ha la possibilità e il tempo per ritrovare se stesso, ricomporsi in unità e riconciliarsi con la vita, ho sempre lavorato in solitudine, ritenendola un valore, ma mi rendo conto ora che devo imparare un’altra grande arte, quella di lavorare in équipe, unico modo corretto per lavorare in un Hospice. Difficile per me, una bella sfida che accolgo con piacere e con umiltà, sapendo che in questo ho tanto da imparare da molti.

L’esperienza dell’Hospice ha cambiato rispetto alla prima parte della tua vita lavorativa l’atteggiamento nei confronti dei Pazienti?

Non solo l’esperienza da medico palliativista in Hospice, ma anche altre esperienze che, vissute e sviluppate parallelamente al mio percorso professionale, hanno contribuito a determinare la mia sensibilità attuale. In particolare, penso a quando, nel 1994, sollecitati dal caro e fraterno amico Carmelo Torcivia, teologo e presbitero della Chiesa di Palermo, insieme a mia moglie Alessandra (conosciuta proprio in quell’occasione) e ad altri amici, abbiamo fondato la Comunità Kairòs, il cui specifico è la lectio divina, metodo antico e sempre attuale per scrutare le Scritture con senso ermeneutico e aderenza alla realtà nel rispetto, sempre e comunque, dell’identità e della dignità dell’uomo, quale figlio di Dio amato, fratello tra i fratelli. Da questo percorso ho imparato ad appassionarmi sempre più all’uomo, ad ogni uomo e a tutto ciò che è umano; in particolare all’uomo che si offre nella sua fragilità, nel momento di maggiore debolezza, all’uomo malato che si affida, all’uomo morente che richiede la cura necessaria per imparare a morire.

La morte fa più paura ai laici?

La morte fa paura a tutti perché è realtà oscura, realtà di abisso, imperscrutabile, ignota e dunque rappresenta una prospettiva che atterrisce e scandalizza. La morte non è accettabile perché contrasta fortemente con l’ambizione e il desiderio fondamentale dell’uomo, che è quello della vita; e perché tutto ciò che non capiamo non possiamo accettarlo e di conseguenza ci fa paura.

Non possiamo distinguere tra laici e chierici, semmai tra persone che hanno la fede e persone che non ce l’hanno.

Per me, che ho avuto la grazia della fede nel Dio di Gesù Cristo, la morte è paurosa e incomprensibile come per tutti gli altri, ma la differenza è che ho la possibilità di una consapevolezza diversa, per cui posso tentare di restituire un senso nuovo a tutto ciò che fa parte della realtà dell’uomo e del creato, ivi compresa la morte; è il senso del senso, che è la vita oltre questa vita, la vita sempre e nonostante tutto, la vita comunque, oltre ogni dolore e sofferenza, oltre la morte, che non è l’ultima parola della nostra esperienza. E questa consapevolezza trova la sua causa nella realtà della Resurrezione del Figlio di Dio, realtà da accogliere certamente secondo la fede, ma sempre e comunque più facilmente ricevibile perché la più aderente al desiderio di vita dell’uomo.

La mia paura più grande comunque non è tanto nei confronti della morte, quanto nei confronti del morire, del processo del morire.

Spero di essere all’altezza, quando toccherà a me, e di ricordarmi dei volti di tutti coloro che, straordinari esempi di dignità e di umanità, mi stanno insegnando a diventare sempre più umano. Io dico sempre che in Hospice noi tutti, operatori sanitari e pazienti con le loro famiglie, celebriamo quotidianamente la liturgia della vita, che l’Hospice è il luogo della vita e della speranza nonostante tutto.

Un esempio di questa esperienza è il percorso che hai fatto con Maria (amica e collega radiologa, n.d.r.).

Il percorso fatto con Maria, da quando l’ho conosciuta a quando si è ricoverata in Hospice e per tutta la durata della sua degenza, è stato un vero, autentico percorso di cure palliative, fatto di consapevolezza lucida, di fiducia incondizionata, di promessa, di lealtà e rispetto, di ascolto e di narrazione, di speranza e di bene, di lacrime e di risa, di gioia e di dolore.

Comunque e sempre, anche ora che lei non c’è più, un percorso di vita.

Maria rappresenta per me un modello serio, una grande testimonianza di dignità umana e di compostezza, che ha dato un nuovo slancio alla mia vocazione.

Con lei siamo “morti e risorti” ogni santo giorno e anche ora, nonostante la sua morte, lei vive attraverso di me, di te, in questo racconto e nella memoria di tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscerla e apprezzarla.

Oltre a farci conoscere, ha innescato un percorso straordinario e virtuoso per la diffusione della cultura delle cure palliative nel paese in cui lei lavorava e viveva, Sciacca, dove si sta mettendo in moto tutto quanto sarà necessario per la nascita di un Hospice in una realtà territoriale che ne è sprovvista.

Se avrò la possibilità di vivere il mio morire, vorrei saperlo fare come ha fatto lei, come mi ha insegnato lei.

Cosa ti aiuta in questo percorso, che ad un profano sembra così difficile?

Ritengo che la vita sia tutta una questione di equilibrio: in ogni dimensione della propria vita è virtuoso l’uomo che cerca costantemente un equilibrio, il migliore possibile, quell’equilibrio efficace e utile per destreggiarsi sapientemente tra ignavia e fervore, tra autostima e vanagloria, tra fragilità e forza, tra debolezza e potenza, tra bene e male, tra giusto e ingiusto, tra morte e vita. Quel sano equilibrio il cui fine unico e ultimo è solo e sempre il rispetto e la custodia dell’uomo e della sua dignità, della vita e del bene di ogni uomo e di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano, senza condizioni, senza pregiudizio, alla pari, senza altro interesse che non sia la cura reciproca e il mantenimento, ad ogni costo, della relazione di cura, sempre originale e di valore, con ogni essere umano. Tutto questo ha a che fare strettamente con i concetti di pazienza, compassione, sapienza, equità, bellezza, creatività e quant’altro rientri nelle possibilità umane per garantire a tutti la possibilità di sconfiggere la solitudine,  di rialzarsi sempre e di ritornare ogni volta a vivere e a sperare secondo un percorso di vera liberazione nella dimensione dell’autentica umanità.

Nella mia stanza, all’interno dell’Hospice, campeggia un quadretto con una citazione di Publio Terenzio Afro, risalente al 165 a.C., che faccio mia in ogni momento della mia vita, quale memoriale e stimolo perpetuo della mia vigilanza:

“Sono un uomo,
e nulla
di ciò che è umano
mi è estraneo”

3 Commenti

  1. Vincenzo Pio Trapani

    Buongiorno, conosco Giovanni da circa trent’anni, da quando è arrivato al Pronto Soccorso dell’Ospedale Civico, io già medico anziano che curavo l’inserimento dei giovani in un mondo crudo e meraviglioso come è quello dell’emergenza, ho subito capito che il dottore Farro era ed è un uomo di uno spessore umano e professionale ben fuori dal comune. Da allora abbiamo percorso la nostra vita in assoluta sintonia supportandoci nei momenti difficili e ridendo e scherzando nei momenti più leggeri. Non riesco ad immaginare la mia vita senza la certezza che nel bene e nel male c’è e ci sarà sempre Giovanni.

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    • Silvia Magnaldi

      Che bello!
      In questo momento ce n’è proprio bisogno.
      Grazie

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  2. Filippo Barbiera

    Bellissima e commovente intervista. Grazie Giovanni e Grazie Silvia e soprattutto Grazie Maria

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