Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

Parlando di ruoli viene subito in mente l’opera di Pirandello: Il gioco delle parti, o magari Uno, nessuno e centomila: UNO perché l’uomo è colui che crede di essere, NESSUNO perché, dato il continuo cambiamento, non è capace di fissarsi in una forma definita e CENTOMILA perché l’uomo non si riconosce in quello che gli altri dicono che sia, nei molteplici e diversi ruoli che ognuno si trova ad interpretare quando entra in relazione con gli altri. Ruoli, appunto!

 Il ruolo può essere qualcosa che dà struttura e da forma al mio essere ed agire in un determinato contesto, un po’ come in un’opera d’arte la forma non è formalismo, ma diventa parte integrante con il contenuto contribuendo al risultato finale. Il ruolo però può diventare una vera e propria maschera che s’indossa come un abito, a seconda del contesto o della persona con cui ci si interfaccia, quindi qualcosa che si applica come una nuova “superficie” sopra ad una realtà sottostante, permettendoci di diventare o fingerci qualcun altro.

Privato e pubblico sono i due principali contesti in cui l’essere umano si muove. Più in particolare l’area familiare e la lavorativa sono quelle dove la definizione dei ruoli di appartenenza e dei comportamenti ad essi connessi assume un’importanza strategica.

Una società (dal latino societas, derivante dal sostantivo socius cioè “compagno, amico, alleato”) è un insieme di individui dotati di diversi livelli di autonomia, relazione ed organizzazione che, variamente aggregandosi, interagiscono al fine di perseguire uno o più obiettivi comuni.

Normalmente il nucleo alla base di una società è la famiglia, cioè una collettività governata da norme, valori e orientamenti comportamentali, ma anche da gerarchie e ruoli familiari che danno a ogni suo componente una specifica collocazione. Il modo in cui i membri della famiglia si relazionano tra di loro definisce il modo in cui essi si relazionano con il resto della società. La definizione e la posta in gioco dei singoli ruoli familiari è davvero importante, sia per la salute mentale dei componenti della famiglia, che per la definizione di legami limpidi e sani.

Oggi però anche la famiglia, così come la si intendeva, non esiste più, e comunque è in rapidissima e profonda trasformazione.

Ruolo coniugale, ruolo materno e paterno (che molto dipendono dall’ambiente culturale), rapporto tra fratelli e sorelle (dove si gettano le basi per la collaborazione fra pari), quello di figlio e/o figlia (che ha a che fare con il rispetto delle gerarchie e con l’internalizzazione del senso di autorità) hanno sfere e dinamiche diverse che, pur con variazioni a volte anche consistenti, presentano caratteri comuni in quasi tutte le società.

Questo schema teorico, che è resistito sostanzialmente invariato fino al’68, sembrava ovvio, ma nel mondo contemporaneo è profondamente mutato. Il risultato è una società in cui le gerarchie, l’autorità e le frontiere dell’ego non sono ben definite. Direi che si tratta di un processo in fieri di cui fatichiamo a intuire gli sviluppi futuri…

Quanto agli ambiti lavorativi, anch’essi in rapida trasformazione, il ruolo tende di norma ad identificarsi con un “livello” della piramide organizzativa. In ogni azienda organigramma e funzionigramma sono chiaramente definiti e vengono resi pubblici. In particolare, nelle “helping professions” della sanità e della scuola accade poi che si verifichi un’identificazione fortissima fra la persona e il suo lavoro. Spesso capita di sentire: “sono un medico, sono un insegnante”, dimenticando che io FACCIO il medico o l’insegnante. Io non sono il mio lavoro. Passione e dedizione per il proprio lavoro sono ammirevoli e direi indispensabili ma, quando persona e professione si fondono, il rischio dietro l’angolo è il burn out, l’esaurimento delle energie necessarie per svolgere al meglio il proprio compito.

In queste come in altre professioni, un’ulteriore forte trasformazione è il venir meno dei confini che contribuiscono a definire la mansione e la sua area d’azione. La prima conseguenza, sotto gli occhi di tutti, è la confusione di ruoli, delle sfere di pertinenza e di influenza.

A seguito dell’evoluzione del digitale con libero accesso a enormi quantità di informazioni per chiunque possieda una connessione, e anche in base alla diffusa teoria “UNO VALE UNO”, succede che chiunque possa ritenersi sufficientemente competente per poter mettere in discussione l’operato di chi sta svolgendo il suo lavoro e a quello si è preparato. A scuola poi, non ne parliamo! Basta solo l’esserci andati, a suo tempo, per lanciarsi in funamboliche dissertazioni e critiche d’ogni specie… Anche l’area della salute non scherza: in rete e alla televisione assistiamo al moltiplicarsi di sedicenti “esperti”, spesso tuttologi, che dispensano rimedi e soluzioni per ogni tipo di malanno.

L’ampliarsi del problema è legato al balzo in avanti nella rapidità e nella ampiezza di diffusione di informazioni creatosi grazie ai nuovi media, alla rete e ai social.  La comprovata scarsità di capacità critica, di analisi e di disanima approfondita delle questioni favorisce gli slogan piuttosto che una articolata e documentata conoscenza delle questioni basata su dati e informazioni che non siano “fake”.  Nei casi peggiori l’arroganza sembra essere direttamente proporzionale all’esiguità delle competenze! Superficialità ed approssimazione sono fortemente potenziate dalla velocità e dalla modalità stesse in cui nella rete si sviluppano le connessioni ipertestuali: le conoscenze si ampliano enormemente in tempi rapidissimi, ma tendono a restare superficiali. Inoltre, per il meccanismo degli algoritmi, certe fonti di informazione finiscono per essere più accessibili di altre, senza contare che vengono anche applicate delle “moderazioni” (ed interventi anche manuali) per far sì che il sistema sia più attivo nel decidere come le informazioni debbano apparire (cfr. l’inchiesta del Wall Street Journal)

Se chi si sente sotto tiro non dovrebbe arroccarsi sulle proprie posizioni, trincerarsi dietro il ruolo e difendere a spada tratta ciò che a volte è indifendibile, chi per contro ritiene di poter fare delle critiche, cercare di migliorare quello che non funziona, segnalare inadempienze e denunciare errori dovrebbe agire in modo intellettualmente onesto e informato, con modalità regolate dalla convivenza civile all’interno di una società. Insomma l’espressione “per quanto di propria competenza” potrebbe rivelarsi un’utile barra di navigazione…

Un ruolo, che sia all’interno di una relazione o di un organizzazione va dunque pensato dentro un contesto, secondo le interazioni dinamiche che lo caratterizzano. 

Tornando al rapporto tra ruolo e persona con cui si è aperta questa riflessione, penso che quanto più la persona e il suo o i suoi ruoli sono in armonia, pur nelle sfaccettature e nella complessità delle relazioni e delle sfere d’azione, tanto meglio per la persona e per i contesti in cui opera.

Penso anche che la prima partita si giochi all’interno di ognuno di noi per cercare di mantenere in equilibrio non solo i nostri ruoli rispetto al contesto privato e pubblico, ma ancor prima di tenere in sana armonia le nostre parti interiori (l’Io bambino, l’Io adulto e l’Io genitore; le mie radici e le mie future fioriture; il mio corpo, le mie emozioni e i miei pensieri e si potrebbe continuare) senza prevaricazioni, forzature o derive. Certo, come ben analizza P.A.Rovatti, viviamo in un’epoca di “egosauri” in cui domina una vera e propria ossessione dell’io (titolo anche di una canzone di Niccolò Fabi) che golosamente fagocita tutti gli altri pronomi personali e, prima ancora, tiene in scacco tutte le altre istanze dell’individuo.

Forse un recupero dell’ascolto di me stess* con la consapevolezza e la ricerca di un equilibrio fra tutte le mie parti interiori (l’alterità dentro di me), sarà la base per saper ascoltare anche l’Altro da me, contribuendo così a ricreare un NOI.

 In fondo, come diceva Walt Whitman, ogni individuo di sé potrebbe dire “sono vasto, contengo moltitudini”.

1 commento

  1. Franca Fonzari

    Complimenti per la bella e completa esposizione di un problema quanto mai attuale. Aggiungo qualche riflessione avendo più volte dibattuto questo tema con i miei allievi.
    Tutta la psicoanalisi moderna è concorde nell’affermare la perdita dell’unità dell’io nella nostra società contemporanea, l’io si sdoppia e si moltiplica in un gioco spesso artificioso delle parti. Tale scomposizione dell’identità porta insicurezza, ambivalenza, confusione appunto. D’altra parte, in una società in perenne trasformazione, mantenere una stessa “configurazione” diventa impresa molto problematica. Come afferma Bauman le identità sono vestiti da indossare e mostrare non da preservare. E i vestiti cambiano con il cambiare della moda… Così le nostre identità vengono acquistate, usate e scartate… Chi di noi non ha provato un senso di angoscia o di spaesamento nelle fasi cruciali di passaggio della nostra vita? Da figlia diventi moglie, madre, lavoratrice, pensionata… La costruzione sociale dell’io non si esaurisce in un’età, è un fatto esistenziale che accompagna l’uomo dalla nascita alla morte. Per questo ci viene abbastanza naturale interpretare un ruolo, considerando la vita un palcoscenico: ognuno di noi indossa una maschera nei contesti dell’esistenza in cui si costruisce un sistema di relazioni che ce la riconoscono e la rinforzano essi stessi. (cfr. Pirandello)
    Con Internet, poi, il gioco delle parti è all’ordine del giorno. Oggi i personaggi pirandelliani “in cerca d’autore” avrebbero avuto molteplici possibilità di evoluzione. La virtualizzazione dell’identità non è solo falsificazione ma anche possibilità di espressione di aspetti forzatamente nascosti nel quotidiano. Il rischio è calibrare il proprio io sulla base dei like avuti, dei contatti raggiunti, come afferma la celebre studiosa degli effetti del digitale su di noi, sulla società, Sherry Turkle ( “Insieme ma soli”, 2012) : “ […] Oggi, insicuri nelle relazioni e ansiosi nei confronti dell’intimità, cerchiamo nella tecnologia dei modi per instaurare rapporti e allo stesso tempo proteggerci da essi. Può succedere quando ci si fa strada in una tempesta di SMS, può succedere quando si interagisce con un robot. Per la terza volta sento di essere testimone di un punto di svolta nelle nostre aspettative verso la tecnologia e verso noi stessi. Ci sottomettiamo all’inanimato con una nuova sollecitudine; temiamo i rischi e le delusioni dei rapporti con gli altri esseri umani, ci aspettiamo di più dalla tecnologia e di meno gli uni dagli altri”.

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