Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

Gabriele Centis (classe 1956) ha iniziato a suonare la batteria da autodidatta nel 1970 e da allora non ha mai smesso (da fonte sicura so che studia e pratica ogni giorno).

Si è specializzato con Maestri illustri, anche all’estero (come ad esempio all’Istituto Musicale “Drummers Collective” di New York), e dagli anni ’80 suona stabilmente in diverse formazioni musicali, collaborando con musicisti provenienti da tutto il mondo e collezionando innumerevoli partecipazioni a concerti, festival e programmi radiotelevisivi in Italia e all’estero.

Ha realizzato numerosi album di musica leggera e di jazz sia come musicista che come produttore artistico.

Nel 1988 è tra i fondatori, gli animatori e gli insegnanti della “Scuola di Musica 55”.

Attualmente continua ad alternare l’attività concertistica con quella di progettazione, organizzazione e direzione artistica in vari contesti locali, nazionali ed internazionali; tra questi spiccano la progettazione ed il coordinamento delle attività della “Casa della Musica” di Trieste, che lo impegna non poco.

Oltre a tutto questo, Gabriele è una persona di una sensibilità rara. E’ dunque stato un vero piacere fare una chiacchierata con lui e potervi riportare alcuni spunti di riflessione, che spero gradirete.

Cos’è per te il talento?

Vorrei riferirmi a due tipi di talento.

Il primo potrebbe essere definito come la capacità innata che, senza l’applicazione di mediazioni (esercizi, ripetizioni, conoscenza delle regole e dei fondamentali, esperienza, ecc.), permette di ottenere risultati (relativamente) apprezzabili in una qualsiasi disciplina (musica, arti varie, sport, ecc.).

Il secondo potrebbe essere definito come la capacità innata che, a parità di mediazioni acquisite (esercizi, ripetizioni, conoscenza delle regole e dei fondamentali, esperienza, ecc.), permette rispetto ad altri performer di ottenere risultati più significativi sotto diversi possibili aspetti (esecuzione tecnica, personalità espressiva e/o estetica, capacità di individuare nuovi o inaspettati percorsi e soluzioni, di attivare relazioni con suggestione inconsce, creatività, ecc.) in varie discipline.

Il talento si associa all’intelligenza o all’intuito?

Nel primo caso il talento può non associarsi all’intelligenza e tantomeno all’intuito, si tratta solo di una capacità che potremmo definire quasi meccanica. Senza arrivare all’“idiot savant” che, pur nel suo ritardo cognitivo, è capace di abilità spesso eccezionali, questa tipologia di talento può essere un punto di partenza, ma anche un punto morto. Se non coltivata con coscienza ed approfondimento, il più delle volte è sterile. Ho incontrato spesso persone che avevano una facilità estrema a suonare praticamente ogni strumento per poi non progredire e non raggiungere nel tempo risultati degni di nota.

Nel secondo caso sia nei percorsi formativi che nella pratica il talento di norma si relaziona con l’intelligenza e si appoggia all’intuito, fattori da cui non può prescindere per esprimersi pienamente.

Che ostacoli incontra il talentuoso?

Sia nel percorso formativo che nella gestione della performance anche il talento più brillante inevitabilmente si scontra, prima o dopo, con serie difficoltà che possono anche raggiungere un livello di “sana” e costruttiva sofferenza.

Pasolini diceva che l’estrema e brillante facilità di scrittura, così evidenti in alcune delle pagine di D’Annunzio, rivelavano una mancanza di fatica e sofferenza nel processo creativo tanto da renderle “sciatte”.

La fatica (quando non la sofferenza, appunto) nel percorso formativo e nella pratica non hanno una dimensione morale intesa come pegno, punizione o mortificazione come riscatto di una qualche colpa o un premio che dobbiamo meritare, ma un passaggio essenziale per acquisire un principio di realtà e di relazione nei confronti della materia, della forma e della sostanza della disciplina che affrontiamo.

Come si esprime il talento?

Nella musica, in generale, il talento (“l’essere portati “) si esprime sia negli aspetti percettivi che in quelli espressivi.

Di base, nella percezione a chi ha talento risultano chiari l’altezza, l’intervallo e l’intonazione tra i suoni, la loro relazione melodica, il timbro, il disegno e l’organizzazione ritmica, la disposizione verticale delle note – armonia -, la memoria di questi fattori, ecc.

Nell’espressione il talento si esprime con la capacità di produrre o ripetere vocalmente o su qualche strumento frasi ritmiche e melodiche, di intonare note ed intervalli con correttezza, di relazionarsi con precisione con la pulsazione ritmica, ecc.

A cosa tende il musicista?

Il musicista lavora (più o meno ininterrottamente) per ottenere e mettere a fuoco un suono che sia autentico, personale e funzionale. Si tratta di un processo lungo, che richiede un’impegnativa pratica fisico/motoria (non solo per gli strumentisti ma anche per i cantanti).

In questo processo ci sono errori che si possono evitare?

Il rischio nel praticare è che l’attenzione si concentri (esclusivamente) sull’azione motoria per ottenere il suono: la tecnica intesa come sviluppo del controllo, dell’abilità e della velocità di un determinato movimento alla fine del quale si produrrà in suono.

Va valutato invece il processo inverso: è nel suono che si colgono le informazioni e le indicazioni per sviluppare e modulare i movimenti e le azioni necessarie per ottenerlo: il suono guida, suggerisce il movimento e lo sviluppo della tecnica.

Su cosa bisogna lavorare?

Bisogna lavorare sulla percezione, ampliando la percezione cresce la tecnica.

La percezione genera l’azione.

The quality of our perceptions determines the quality of our judgment;

our judgment determines how we interact with the world;

how we interact with the world changes the world;

so, the quality of our perceptions changes the world.” (Robert Fripp)

(La qualità delle nostre percezioni determina la qualità del nostro giudizio;

il nostro giudizio determina come noi interagiamo con il mondo;

come noi interagiamo con il mondo cambia il mondo;

così, la qualità delle nostre percezioni cambia il mondo.)

Se è possibile accennarlo in poche righe, cosa determina interiormente l’esperienza della musica?

Nella persona autenticamente musicale la percezione di un evento sonoro (non necessariamente un suono artistico) si trasforma dinamicamente in esperienza fisica, emotiva, psichica, intellettuale e sentimentale (spirituale?). La persona musicale attribuisce all’evento, ma anche alla propria relazione con il mondo e all’espressione di sé, un senso ed un significato musicali.

Informazione non è conoscenza, conoscenza non è saggezza, saggezza non è verità, verità non è bellezza, bellezza non è amore, amore non è musica. La musica è il meglio” (Frank Zappa).

La musica come esperienza unica e profonda è manifestazione di una dimensione alla quale desideriamo avere accesso.

L’esperienza musicale è come l’emanazione di un’unità verso la quale proviamo, pur nel momento del piacere dell’esperienza stessa, nostalgia e desiderio di ricongiungimento. Dimensione ben descritta nell’incipit del Mathnawi, il poema di Jalal Al Din Rumi (nato nel 1207), fondatore della confraternita sufi dei “dervisci rotanti” (mevlevi) e considerato il massimo poeta mistico della letteratura persiana, quando paragona il suono del flauto di canna Ney ad un lamento per la separazione ed il desiderio di ricongiungimento con il canneto (l’unità) dal quale è stato strappato.

Ascolta il ney, com’esso narra la sua storia,

com’esso triste lamenta la separazione:

da quando mi strapparono dal canneto,

ha fatto piangere uomini e donne il mio dolce suono!

un cuore voglio, un cuore dilaniato dal distacco dall’amico,

che possa spiegargli la passione del desiderio d’amore;

perché chiunque rimanga lungi dall’origine sua,

sempre ricerca il tempo in cui vi era unito

Perché ti sei avvicinato alla musica?

Se analizzo la mia personale esperienza, che si riferisce ai primi anni della mia vita, avvicinarmi alla musica è stata una cosa spontanea che nasceva dal piacere (ripeto piacere) che la musica mi procurava, risuonava in me un piacere abbastanza totalizzante (nell’infanzia le separazioni tra il fisico, l’emotivo, ecc. non sono marcate ed interpretate come quando si diventa grandi).

Naturalmente questo piacere non si riferisce (e non si riferiva) ad un’immediata e superficiale gratificazione, ma a qualcosa di più profondo (anche se profondo non è proprio la parola giusta), qualcosa di connesso con un’energia di una qualità speciale.

Come si è evoluto il tuo rapporto con la musica con il passare degli anni?

Con l’età (perlomeno nel mio caso) si va verso una sorta di diffusa incontinenza emotiva ma nello stesso tempo, con un misto di razionalità ed intuito, guidati dall’esperienza, si colgono con evidenza i meccanismi, i percorsi e/o le motivazioni che portano al dato finale di un evento (musicale e/o di vita) e si acquisisce una maggior chiarezza, spesso con estremo disincanto, sull’ autenticità e sul senso delle cose.

Il bello potrebbe essere non separare queste due condizioni, selezionando, senza indulgere nel giudizio o nella critica negativa, quello che veramente merita la nostra adesione e commozione e al quale affidiamo la nostra salvezza.

2 Commenti

  1. Mauro

    Riflessioni intetessanti.

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  2. Franca Fonzari

    Sono una profana ma ho apprezzato le considerazioni sul talento e sulla sofferenza come filtro per l’elaborazione di un approccio globale e critico nei confronti della disciplina affrontata, ciò che distingue un artigiano da un artista. Mi sono riconosciuta alla fine dell’intervista nella incontinenza emotiva della fase calante della vita, associata, però, ad un occhio allenato a cogliere l’autenticità degli aspetti della realtà. Non ha bisogno di commenti, poi, la bellissima citazione di F. Zappa!
    La musica prima di ogni altra cosa…

    Rispondi

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