Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

(in triestino: LIPE!)

Così si diceva a Trieste, quando andavo a scuola: “far lipe” vorrebbe dire marinare, ma la nostra profe totipotente del ginnasio, Ellade di nome e di fatto, aveva ammantato la marachella di un’aura di nobiltà, raccontandoci che veniva dal  verbo greco “leipo” (lascio); per carità non chiedetemi il paradigma, non me lo ricordo più, invece questa storia mi è rimasta impressa.

All’epoca non ho mai perso un giorno, neanche la febbre mi teneva a casa. Anche dopo, sul lavoro, non mi sono mai risparmiata, anzi in questo terribile periodo di Covid avevo studiato una strategia per riuscire comunque a restare al mio posto in ospedale, che comunque non mi è servita: mi sono ritrovata dotata di anticorpi e con tampone negativo, senza sapere come. Probabilmente mi sono infettata prima dell’allarme, poi è iniziata una storia di scafandri e paure. E angoscia. E morti.

Oggi, mi sono detta, “fazo lipe”.

Ovviamente non ci sono riuscita; stamattina sono andata al briefing  in reparto, ho sistemato un paio di cose, ho fatto la periodica incursione all’Ufficio Personale, una commissione in ospedale a Verona e intorno all’una mi sono avviata verso Thiene, dove ero nella commissione di esame  per Responsabile di Cure Primarie (il medico che sovraintende al territorio e cura i rapporti con l’ospedale). Candidati: uno.

Considerato il numero di concorrenti, alle quattro e mezza avevo finito ed è allora che è balenata l’idea di prendermi un po’ di tempo tutto per me, insieme all’assurda ma negli ultimi tempi costante sensazione di rubare qualcosa a qualcun altro. Da quando è iniziata l’emergenza Covid tutti noi abbiamo lavorato incessantemente e, dopo quasi tre mesi, un singolo giorno di recupero viene vissuto spesso con sensi di colpa nei confronti di chi rimane in servizio. I Colleghi che si sono ammalati si sentono ancora più in colpa, loro a casa e noi qui…una percezione quella sì malata e distorta ma temo inevitabile. Un gran lavoro per i nostri psicologi, da ora in poi.

Sono riuscita a partorire una trasgressione veramente minima: tornare dai monti invece che in autostrada, mezz’ora di tempo in più per molti chilometri in meno. In moto sarebbe sicuramente molto meglio che con la Panda ma pregusto già il percorso…

Attraverso Schio: traffico, capannelli di bambini e genitori (assembramento?) davanti a una gelateria, poi periferia sempre uguale, poi inizia la strada delle Valli del Pasubio. Alcuni alberghi abbandonati stanno sdraiati ai bordi della strada, tristi; dietro di me sempre meno auto, dopo i primi tornanti resto sola. Finalmente.

Spengo la radio, io che con la radio vivo in simbiosi. Adesso invece voglio sentire altro; abbasso il finestrino e ascolto, oltre i rumori dell’auto, quelli del vento e del bosco che attraverso in controluce mentre la luce attraversa le foglie e me. Con lentezza,  guardo intorno e respiro alberi, profili di monti, monumenti.

Una guglia lassù sembra una Madonna velata in preghiera su queste fortificazioni, sui cadaveri della carneficina di un secolo fa. Eccolo il loro dolore, ancora aggrappato alla pietra.

All’improvviso rivedo i morti di adesso, tutti gli intubati che ho salutato e non sono più tornati, l’ultimo sguardo, i corpi coperti dal lenzuolo portati via in solitudine. Per uno scherzo del tempo sono tutti qui, i caduti di ora e di allora, si incontrano, si raccontano e allora fermo l’auto sul passo e sto a sentirli, è tranquillizzante, non c’è rabbia e nemmeno rassegnazione nelle loro voci, solo una sottile nostalgia, la malinconia di chi ha lasciato la vita sospesa. Pace.

Chi è Silvia Polo

Triestina, medico internista, psicoterapeuta, pellegrina e poetessa: questo è una descrizione incompleta della poliedricità di Silvia Polo.

Tra tutte e senza scotomizzare il fatto che è un ottimo Medico e Capodipartimento di un reparto di Medicina interna (a Gavardo, in provincia di Brescia), mi ha colpito che, con il marito Beppe ed alcuni amici, è andata a piedi da San Michele Arcangelo, in Puglia, fino a Santiago di Compostela, in Spagna, e in barca a vela dalle coste pugliesi fino in Israele.

Silvia ha frequentato il mio stesso liceo e la mia stessa università e come me ad un certo punto si è trasferita in Lombardia, lei sulle coste bresciane di un lago bellissimo, il lago di Garda. Gira spesso in moto e lavora come una bestia in ospedale, ma ha lavorato a lungo anche su se stessa, diventando psicoterapeuta, attività che ha svolto per una ventina d’anni (e che ora ha smesso “perché l’impegno ospedaliero non le consentirebbe di essere puntuale con i Pazienti”).

L’ultima fatica è un libro di poesie, “A due voci ed altre storie”, edito da Battello Editore ed acquistabile da pochi giorni.

Oggi mi ha mandato un suo scritto, che mi ha colpito per la sensibilità e che voglio condividere con voi.

Grazie, Silvia!

14 Commenti

  1. Chiara

    Stupendo…

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  2. star

    I miei migliori complimenti a Silvia P: uno squarcio di luce nel cielo plumbeo, qualche minuto di pace nella (rabbiosa, noiosa) routine quotidiana

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    • Silvia Magnaldi

      vero

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  3. Paola

    Intenso e toccante. Grazie Silvia per la condivisione

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    • Silvia Magnaldi

      Tutti a leggere le poesie, allora

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  4. Anna Sparavier

    Fin dall inizio del tuo racconto avevo indovinato il nome del protagonista ! Conosco il modo di raccontare di SILVIA , ho letto in anteprima le sue poesie,(molto prima della pubblicazione mi aveva chiesto un parere che ho fornito non da qualificata in materia , ma da amica ) , conosco la sensibilità! Un “ brave” ad entrambe !!!

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    • Silvia Magnaldi

      Grazie, ma qui il merito è tutto dell’altra Silvia!

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  5. Rosanna

    Racconto scritto con scelta di parole che è un piacere leggere e commovente .
    Silvia Polo non finisce mai di stupirmi, compagna di viaggio e di appunti dal primo anno di università …persona completa a 360 gradi . Un dono per tutti noi .

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  6. Alchiede

    Sai coccola

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  7. Franca Fonzari

    Un’anima bella la tua omonima (…nomen omen?). Essere medico e poeta ad un tempo è un bell’impegno, ma credo sia una sintesi vincente. Per chi pronuncia il giuramento d’Ippocrate e ne fa propri i principi deontologici ed etici si assume una grande responsabilità di ordine morale ed umano e pertanto merita un grande rispetto. I caduti sul campo di battaglia contro il coronavirus sono certamente esempi di grande abnegazione e amore per il prossimo, di solidarietà e umanità, come richiede questa nobile professione. Sappiamo bene, però, ahimè, che questa non è la norma… ma , per coloro che si spendono giornalmente per dare il meglio di sé a vantaggio degli altri, per un bene comune, anche una pausa di qualche ora viene percepita come una “trasgressione”, come afferma Silvia Polo. In questo caso, però, una trasgressione poetica…un “varco”, una “epifania”! La disposizione alla poesia è la spia della dimensione interiore, chi possiede una vena poetica, attiva o passiva che sia ( ossia che produca poesia o ne sia un fruitore), è comunque dotato di un grande mondo interiore, ha un filtro empatico per entrare in contatto con gli altri. Mi viene in mente, a questo proposito, un’osservazione di Saba che diceva che ” il poeta è un bambino che si meraviglia delle cose che accadono a lui stesso diventato adulto”. Conservare quindi la componente infantile è fondamentale per la capacità immaginativa, creativa, ma, altrettanto importante è la componente “adulta”. ” Solo dove il bambino e e l’uomo coesistono nasce il miracolo” (… non ricordo le parole esatte di Saba ma questo è il senso). Ecco la sintesi di cui parlavo all’inizio, evidentemente Silvia Polo è una grande donna e poetessa, ha trovato il magico equilibrio a cui tutti aspirano, che tutti cercano con fatica per dare un senso alla nostra esistenza senza rimanerne schiacciati, per evitare il burnout. Bellissima l’immagine della guglia che sembra una Madonna velata in preghiera sui cadaveri della guerra combattuta…il dolore aggrappato alla pietra… mi ricorda Ungaretti. Suggestiva ed inquietante l’immagine dei caduti di un tempo e quelli di oggi che si incontrano, che si raccontano…Beh, chi scrive queste parole si sente addosso tutto il dolore del mondo, percepisce la sofferenza di chi “ha lasciato la vita sospesa”! E’ tanto più apprezzabile proprio perché chi scrive è un medico che di morti ne ha visti tanti, ma, evidentemente, non c’è assuefazione alla morte, neanche per chi fa questo mestiere, o, meglio, per chi lo fa con il cuore disposto alla poesia.

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    • Silvia Magnaldi

      Un po’ predisposta alla poesia anche tu…
      Grazie!

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  8. Patrizia Bani

    Conosco Silvia da molti anni per merito del marito Beppe. Sono molto orgogliosa di avere un’amica come lei con la quale poter condividere una parte del suo risicato tempo libero ! Una grande persona !!

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  9. Roberto Danelon

    Servirebbe a chi continua a negare il problema con tutto quello che ne consegue.
    Grazie

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    • Silvia Magnaldi

      Allora speriamo che il senso civico e quello di appartenenza ad una società sopravvivano.

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