Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

Per alcune persone il soddisfacimento di un desiderio, di un “bisogno” (nelle sue possibili declinazioni) è connesso al “tutto e subito”, al qui ed ora, e potrebbe forse essere legato ad una difficoltà a concepire il futuro, ad una forma di insicurezza e scarsa autostima nelle proprie capacità di raggiungere ciò a cui si aspira e si vuol possedere se non lo si afferra subito, oppure ad un delirio di onnipotenza che mette l’interessato al centro della SUA personale realtà considerata come LA realtà, quindi un po’ la filosofia del “morto io, morti tutti”.

Credo che su questa nuova situazione pesi molto il contesto storico, socio-economico e culturale, sicuramente l’educazione e, secondo recenti studi, anche il patrimonio genetico (Robert Plomin, Blueprint: How DNA makes us who we are, MIT press Ltd.)

Ciò che è evidente è che non sembra più esserci l’uomo rinascimentale che, nella catena dell’universo, era in posizione intermedia tra la sfera divina da un lato e la natura e le cose inanimate dall’altro. Nonostante delle voci e dei movimenti con atteggiamento critico e delle prese di coscienza cicliche, ma “temporanee” ( fine ‘800, dopo le due guerre mondiali e dopo la bomba atomica, negli anni ’60 e più vicino a noi  a seguito della crisi climatica, dei fenomeni migratori, della globalizzazione e da ultimo del covid-19) sembra siamo ancora dentro una qualche visione di “magnifiche sorti progressive” che, dopo l’industrializzazione, lo sviluppo di scienza e tecnica e del digitale, sembrerebbero garantire un “flow”  verso uno splendido futuro in cui l’uomo è nella posizione di  pretendere ed ottenere ciò che vuole, senza  remore ed indugi di sorta.

L’ atteggiamento di chi fatica a posporre la gratificazione è oggi qualcosa che interessa trasversalmente sia gli adulti che gli adolescenti e i bambini. In ambito scolastico lo percepisco nei colloqui con i genitori e lo tocco con mano negli studenti, ma lo osservo anche nella vita di ogni giorno. E una sorta di “individualismo alla riscossa” che mi sembra trovi radici, fra l’altro, nell’avversione alle regole (e qui si aprirebbe un intero capitolo) e nella confusione dei ruoli (altro ambito tutto da esplorare).

Nello specifico ricordo le parole di una psicologa, nonché Direttrice scolastica di grande esperienza, che parlava di ruoli. Analizzando la sequenza con cui vengono serviti i commensali durante il classico “ pranzo di famiglia”,  sottolineava come, mentre in passato si procedeva in ordine di autorevolezza partendo dai più anziani  e proseguendo  via via con gli adulti e infine con i bambini (che imparavano così quale fosse il proprio posto/ruolo e allenavano contestualmente la pazienza), oggi si servono per primi i bimbi, ma spesso non per una reale attenzione verso di loro, quanto nell’intento di farli stare subito tranquilli e poterli poi rapidamente lasciare liberi di scorrazzare, giocare per conto loro, permettendo così agli adulti di godere in pace dell’occasione.

Non è un mondo per vecchi, ma mi chiedo se lo sia per i giovani…

Vedo ragazzi con scarpe da ginnastica che valgono centinaia di euro, dotati dei più aggiornati smartphone, tablet, portatili e hanno accesso a Netflix, Skype e via di seguito, che sono perennemente sui social ma si sentono e forse sono soli, che vengono a scuola per relazionarsi tra loro e con i docenti. In una sorta di bipolarismo sono iper-controllati, iper-protetti, ma allo stesso tempo sono considerati molto più “grandi” di quanto non siano veramente e quindi in grado di gestire tutto da soli.  Dovrebbero poter simbolicamente “uccidere” il padre o la madre per diventare adulti, ma spesso hanno a che fare con una sorta di fratelli/sorelle maggiori, degli altri “amiconi” (cfr. i libri di Recalcati) che a loro volta hanno prolungato la loro adolescenza e non sanno dire “I no che aiutano a crescere” (Asha Phillips per Feltrinelli). Ovviamente e fortunatamente sto generalizzando, ma dal mio punto di osservazione direi che è una tendenza tristemente consolidata.

Molti ragazzi sono piuttosto fragili (lo dimostra ad esempio l’incapacità di reggere le frustrazioni per non parlare degli insuccessi, l’aumento dei casi di crisi di panico…), spesso sono analfabeti emotivi o hanno concezioni distorte in alcuni ambiti (penso ad esempio alla sfera della sessualità), oscillano fra bassi livelli di autostima e la convinzione (indotta dal meccanismo del “campioncino”) di essere tutti dei geni. Non a caso il libro di David McCullough jr per Garzanti “Ragazzi non siete speciali” ha fatto grande scalpore.

Ci sono sempre più figli unici con le aspettative paralizzanti dei genitori e il loro fiato perennemente sul collo!

Quello che la scuola può cercar di fare per i ragazzi è favorire dei realistici percorsi di successo poiché, diversamente dagli adulti, non hanno molti ganci positivi a cui appigliarsi nelle situazioni sfidanti e devono imparare a trasferire le vittorie ottenute in un ambito ad un altro ambito dove stanno incontrando difficoltà. Naturalmente ci dev’essere un percorso graduale. A superare gli ostacoli si impara come s’impara ad andare in bicicletta: andando in biciclette e…sbucciandosi le ginocchia! Così come a far gli esami s’impara facendo esami e a volte conseguendo una valutazione più bassa del previsto o dovendoli rifare…

Per riprender il filo del discorso, imparare a differire la gratificazione significa spostare il focus. Se è vero che, come diceva John Ford, “gli ostacoli sono quelle cose che si vedono quando distogliamo lo sguardo dal nostro obiettivo”, è pur vero che per raggiungere la meta c’è un percorso da fare.

C’è una canzone di Niccolò Fabi che sono solita proporre ai miei studenti di quinta perché, a mio parere, parla di grinta e determinazione, della capacità di “tener duro”. In poche parole non bisogna “bruciare” il percorso perché è nel percorso, nella sfida, nella competizione con l’io che ero ieri che potranno trovare loro stessi e capire quanto siano unici e irripetibili, anche nei loro errori e nei loro insuccessi…

Costruire

Chiudi gli occhi
Immagina una gioia
Molto probabilmente
Penseresti a una partenza

Ah si vivesse solo di inizi
Di eccitazioni da prima volta
Quando tutto ti sorprende e
Nulla ti appartiene ancora

Penseresti all’odore di un libro nuovo
A quello di vernice fresca
A un regalo da scartare
Al giorno prima della festa

Al 21 marzo, al primo abbraccio
A una matita intera, alla primavera
Alla paura del debutto
Al tremore dell’esordio
Ma tra la partenza e il traguardo

In mezzo c’è tutto il resto
E tutto il resto è giorno dopo giorno
E giorno dopo giorno è
Silenziosamente costruire
E costruire è sapere
E potere rinunciare alla perfezione

Ma il finale è di certo più teatrale
Così di ogni storia ricordi solo
La sua conclusione

Così come l’ultimo bicchiere, l’ultima visione
Un tramonto solitario, l’inchino e poi il sipario
Ma tra l’attesa e il suo compimento
Tra il primo tema e il testamento

Nel mezzo c’è tutto il resto
E tutto il resto è giorno dopo giorno
E giorno dopo giorno è
Silenziosamente costruire
E costruire è sapere
E potere rinunciare
Alla perfezione

Ti stringo le mani
Rimani qui
Cadrà la neve
A breve

10 Commenti

  1. Roberta

    Sono pienamente d’accordo su tutto.
    E secondo me la quarantena ha peggiorato questo modo di vivere. Tutto é permesso perché “dopo 3 mesi chiusi in casa poverini si devono sfogare”. E tutti vediamo cosa sta succedendo: risse, accoltellamento nei luoghi di vacanze con motivazioni inesistenti. Genitori? Spariti, a loro volta occupati a recuperare il tenpo perduto.
    Ma di perduto ci sono gli spritz e altre amenità varie.

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  2. Maria Pia Fabris

    Il titolo è impegnativo, Costruire …
    L’essere accompagnata da queste parole è stato un vero abbraccio
    Grazie

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  3. Fabio Bosso

    Grazie per la piacevole lettura.
    Bella la definizione di “analfabeti emotivi”. Emergerebbe una carenza del sistema istruttivo (non solo scolastico). Tolta l’educazione civica dagli ambienti didattici, esautorato il catechismo ed implementati i corsi tecnicistici, a chi compete trasmettere ai giovani la capacità di amare e di rispettare il prossimo ?

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  4. Roberto Danelon

    Bello, interessante e condivisibile. Purtroppo, secondo me, fintanto che questi spunti restano in una cerchia limitata, non serviranno a cambiare.
    Peccato, servirebbe qualcuno (singolo o gruppo) con carisma sufficiente a poterlo proporre a un più ampio campione

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    • Silvia Magnaldi

      Concordo, ma penso anche che nella scuola ci deve pur essere un movimento (magari piccolo) con queste idee…

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  5. Anna Sparavier

    Sono pienamente d’ accordo. Nel nostro tempo , tutti , giovani ed adulti vogliono tutto e , soprattutto subito. Perché i ragazzi capiscano che ci sono percorsi diversi per raggiungere un obbiettivo,bisogna che ci sia qualcuno al di sopra , genitori e/o insegnanti in grado di fare capire . Ma ci sono ????

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  6. silvia polo

    Analisi come sempre lucida. Io che sono inguaribilmente ottimista vedo però anche giovani diversi, che crescono armonicamente, che hanno genitori adulti, che si impegnano nel sociale e perfino in politica…certo sono pochi ma ci sono. Per fortuna.
    La poesia di Fabi porta un grande messaggio, non dobbiamo farci distrarre, la costruzione sta nel “durante”. Grazie!

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  7. Franca Fonzari

    Come non condividere il quadro delineato da Marta! E’ vero che ci sono anche allievi supportati da spirito di sacrificio e abituati alla sofferenza per ottenere un risultato a lungo termine, ma sono una minoranza. Triste è constatare che la mentalità del “TUTTO E SUBITO” viene spesso trasmessa ai ragazzi dagli stessi genitori che, proiettando sui propri figli aspirazioni non realizzate e sogni di gloria, alimentano miti di successo e di ricchezza in tempi brevi e senza troppo sforzo. Si pensi ai tanti “piccoli campioni del calcio” e agli innumerevoli concorsi per miss e veline, considerati trampolini di lancio nel mondo dello spettacolo dove l’apparire prevale sull’essere… E si pensi alla disillusione e frustrazione qualora questi sogni non vengano realizzati…E’ la logica della nostra società globalizzata che si fonda su desiderio, consumo, gratificazione e frustrazione. A questo proposito sono illuminanti le parole del filosofo Zygmunt Baumann relative all’analisi della società moderna, “LIQUIDA”, edonista, dove l’incerto prevale sul certo e, come afferma anche U. Eco, coinvolge la politica e l’intellighenzia globale. Aldilà della spietata visione di Baumann, che condivido in toto, mi conforta comunque la sua idea di felicità come obiettivo a cui tendere, come ancora di salvezza in questo “secol superbo e sciocco”, che non vuol dire anestetizzarsi. ” Non è vero che la felicità significhi una vita senza problemi . La vita felice viene dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà. Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide poste dal destino, ci si sente persi se aumentano le comodità”.(Zygmunt Bauman, The Art of Life, 2008, trad. it., L’arte della vita, di M. Cupellaro, Laterza, Roma-Bari 2010).

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    • Silvia Magnaldi

      Grazie, Franca!

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  8. Marta Cesare

    Rileggendo il commento di Fabio Bosso stavo riflettendo sulla carenza del sistema istruttivo… infatti il problema è che c’è parecchia istruzione in giro, ma quello che manca è l’educazione. Non si tratta di trasmettere, tout court, contenuti o tecniche/ strategie, ma di far esperire. Pullulano i corsi di diversa impostazione e taglio, ma spesso quello che manca è proprio l’aspetto dell’esperienza che deve partire da dove uno è e da quello che uno è per “tirar fuori” (ex-ducere), per far fiorire il potenziale di ognuno, attraverso situazioni attivanti che invoglino le persone a mettersi in gioco e sperimentare.
    A chi compete? Scontato dire a tutti, in particolar modo agli adulti e agli educatori, a chi ha un ruolo di formatore nei diversi ambiti. Una cosa è certa: ai giovani servono modelli, non splendide dissertazioni né tantomeno prediche. Oggi però i modelli legati ad alcuni valori non sono molto gettonati. Facendo qualche esempio spicciolo, come genitore (ancor prima che come docente) ho dovuto decidere se, per essere una buona madre che prepara i propri figli alla vita reale, dovevo arrendermi alla logica dei “furbetti” o dovevo insegnare a fare la coda (anche in assenza dei “numeretti”), a cedere il posto ad una anziano in autobus, a non appropriarsi di un oggetto trovato, a rispettare i turni di parola e via di seguito. La coerenza è faticosissima, sia che si tratti di dar l’esempio, sia che si tratti di dire i famosi “no che aiutano a crescere” (Asha Phillips, Feltrinelli).

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