Silvia Magnaldi - Specialista in Radiologia - Blog di Medicina, Attualità e Sport

Daniele Regge, Medico Radiologo, non solo è Direttore della Radiodiagnostica dell’Istituto di Candiolo (Fondazione del Piemonte per l’Oncologia) e Professore Associato di Radiologia dell’Università di Torino, ma è anche attivo da anni nel volontariato medico in giro per il mondo; attualmente è Presidente di MedAcross, associazione che dal 2016 offre assistenza medica gratuita nei paesi in via di sviluppo.

E’ con grande piacere che pubblico un’intensa testimonianza di Daniele su una visita al “Mohamed Aden Sheikh Children Teaching Hospital” di Hargeisa, nel Somaliland, voluto e realizzato anche con il contributo di un gruppo di generosi Italiani.

Grazie, Daniele.

Buona lettura!

 

L’idea di costruire un ospedale ad Hargeisa nacque nell’estate del 2010 durante una cena in Via Palazzo di Città a Torino. Mi trovavo assieme ad alcuni amici, tra i quali Mohamed Aden Sheikh e il cardiochirurgo Piero Abbruzzese. Era stato Mohamed, medico cardiologo, già Ministro della Salute durante il primo governo di Siad Barrè, poi prigioniero durante la dittatura, a volere un ospedale pediatrico ad Hargeisa, nel Somaliland. Lui, che era uomo del sud della Somalia, diceva per premiare lo sforzo di pacificazione del nord del paese. Pochi mesi dopo Mohamed morì lasciandoci il compito di realizzare quel sogno che ci sembrava un’impresa impossibile. Poi arrivo Angelo Conti, con lui Specchio dei Tempi, e Marco Berry con i suoi mattoni. l’opera fu realizzata in un solo anno grazie all’impegno dell’instancabile logista Claudio Gatti e dell’architetto Giorgio Rosental. Durante i 3 anni successivi il Mohamed Aden Sheikh Children Teaching Hospital fu diretto da Gabriella Buono, anestesista con grandi capacità organizzative. Sotto la sua guida e grazie ai medici e infermieri internazionali che si susseguirono, l’Ospedale divenne il fiore all’occhiello della sanità del Somaliland. Dopo cinque dalla consegna al governo locale l’ospedale è ancora pienamente funzionante. Questo resoconto, mai pubblicato, è stato scritto ad aprile del 2015 durante una delle missioni ad Hargheisa, nel periodo in cui ero presidente dell’associazione MAS-CTH.

Arrivo ad Hargeisa puntuale, ore 16 da Addis. Nessun problema alla dogana, il foglio di esenzione del visto evita una spesa di 60 $. I bagagli non sono arrivati, ma quello è il meno. Il doganiere mi spiega che la coincidenza tra l’arrivo del volo di Nairobi e la partenza di quello per Hargheisa è troppo breve. Anna e il nostro driver mi ricevono. Partiamo subito. Lungo la strada le scene della solita Africa. Al confine tra la campagna e la città spazi completamente ricoperti da immondezza dove giocano bambini seminudi. Più lontano scolare adolescenti in divisa nera, con il capo coperto come fossero suore, camminano al bordo della strada. Anna chiede se per me va bene fare una visita in ospedale, ha delle cose da fare. Arriviamo quando ormai l’attività è finita. Bambini nei letti, altri con la mamma fuori in giardino. Io, che ho visto posare la prima pietra poco più di 3 anni fa, vedo ora l’ospedale completo, con i suoi colori brillanti e la ricca vegetazione che circonda l’edificio. L’albero al centro del cortile, che ricordavo povero di foglie e impolverato, ora è ricoperto da un ricco fogliame di un verde intenso. All’arrivo incontro Dina la logista, Fadumo il coordinatore medico e Goran il nostro medico internazionale. Mi fanno fare un giro dell’Ospedale, sono emozionato. Mi mostrano i lavori in corso per l’avvio dell’attività della neonatologia. Mi fanno vedere dove verranno posizionati i lavandini, uno in ogni stanzone. Poi il reparto, la zona del triage, e la famosa casa blu, ancora oggi incompleta. Me l’aspettavo più piccola. Sanno che il cortile verrà ricoperto da un’ampia tettoia, non ne sono felici, sono soldi che si potrebbero spendere per le cure dei bambini. Mi sorprende la distanza da Torino e le difficoltà a comunicare.

Per andare a casa passiamo dai quartieri nobili della città e davanti al palazzo presidenziale. Mi spiegano che di recente hanno costruito un altro muro di cinta, segno questo di un progressivo aumento delle misure di sicurezza del regime forse impaurito da chissà quale ignota insidia. Parliamo delle 6 fucilazioni avvenute nei giorni scorsi, delinquenti comuni. La gente è contenta, mi dicono, di questi omicidi di stato. Arriviamo davanti al muro di cinta di casa nostra, il portone giallo viene aperto dalla guardia al suono del clacson, dentro il cortile mi accoglie un ambiente tranquillo, piccole aiuole ben curate, un bel dehor, dentro casa un ampio salone, sul tavolino tra i divani un proiettore. Non potendo uscire alla sera, lo svago rimane quello di vedere film. Anna mi spiega le misure di sicurezza. Due soldati, una guardia nostra, alle finestre e alla porta robuste griglie ci separano dal modo esterno. Alla notte, mi spiega, ci chiudiamo dentro a chiave. La mia stanza è un loculo, chiedo qualche attaccapanni e un asciugamano. Mi presentano la cuoca e la donna delle pulizie, due timide donne somale, la seconda si nasconde al mio arrivo. Durante la cena, ottima a dir il vero, conversiamo della situazione politica del Somaliland. Enzo, il dottorando di antropologia che studia i clan del paese, ci rende edotti.

Dopo cena il primo briefing con Anna. Emergono i tanti problemi, vedrò di affrontarli domani con calma e metodo. Ci aspetta una giornata lunga, impegnativa, per cui poco dopo le 21 mi ritiro nel mio locale. Fatico per dare una posizione giusta alla zanzariera.

Dormo male, pervaso dai pensieri ricorrenti. Le doghe del letto cedono definitamente alle 4.30 del mattino. Nella caduta rovinosa la zanzariera si stacca esponendomi all’attacco delle zanzare. Non riesco a riaddormentarmi, l’alba ha portato con sé il suono polifonico dei muezzin. Contestualmente il nostro cane Winnie incomincia ad abbaiare. Mi sveglio definitivamente. Mi chiedo cosa posso fare in quell’ora e mezza di attesa. Decido di scriverti. Poi una frugale colazione, la coda per il bagno e via verso l’ospedale che raggiungiamo poco prima delle 7. Per strada in fila ordinata mamme con lunghi abiti colorati, attendono pazienti con i loro bimbi l’apertura dei cancelli.

Accompagno Anna in giro per l’ospedale. Ogni mattina Anna ha una serie di attività da svolgere. Apre le cucine, controlla la pulizia, verifica se la guardia armata è arrivata a presidiare il cancello. Il cancello si apre alle 7 in punto e i bimbi con le loro mamme incominciano ad affluire, posizionandosi nella zona più alta dell’area adibita a triage. Convergono su di loro figure bianche, medici e infermieri, con il compito di selezionare subito i pazienti più gravi ed a seguire gli altri. Piano piano l’ospedale si riempie. Come un fluido multicolore le sagome variopinte scendono lungo le scale verso il cortile centrale per poi propagarsi alcune verso gli ambulatori, altre direttamente verso l’entrata principale del reparto. Tutto questo senza alcuna entropia. Entro in reparto in tempo per assistere all’arrivo di un piccolo bambino in condizioni critiche che viene subito circondato da un nugolo di camici bianchi. Si, decisamente, l’ospedale che vive mi emoziona.

Poco dopo le 8 inizia la prima riunione. So che ci sono molti problemi da affrontare, ma nella bella storia dell’ospedale abbiamo superato ben altre difficoltà. Decido di ascoltare e per 3 ore lascio parlare gli altri. La determinazione e l’equilibrio con cui sono affrontate le questioni più spinose mi rasserena. Io, Anna e Khadra iniziamo il difficile compito di trovare una sintesi. Il pranzo in un ottimo locale di fronte all’ospedale è offerto da Mahdi che ci racconta come nell’ultimo anno la delinquenza comune ed il numero di omicidi sia aumentato. Sono giovani nullafacenti che si radunano in bande, rubano e disseminano terrore. Ogni tanto per pochi dollari ci scappa il morto. Per protezione è stato istituito, con la complicità delle istituzioni, un sistema di polizia privata. Costoro, in parte poliziotti e in parte delinquenti, offrono protezione per pochi dollari al mese. Se aderisci non avrai noie, se invece ti rifiuti di pagare, la visita dei ladri è garantita. Il mercato generale è interamente gestito con questo sistema e nessuno si permette di rubare sulle bancarelle, la cui merce rimane esposta anche di notte.

Al rientro dal pranzo affrontiamo le questioni più pratiche, tra queste la crepa che si sta formando sul muro dell’ospedale, un problema strutturale di non poco conto ci dicono, e il posizionamento dei lavandini nelle stanze della futura neonatologia.

Il tempo passa in fretta qui, e ben presto ci ritroviamo a casa, al momento giusto per assistere al tramonto dalla nostra posizione privilegiata. Tramonto che come l’alba è accompagnato dal canto dei muezzin. A tavola Elia, il giovane antropologo, ci racconta dei tantissimi giovani, molti dei quali studenti universitari, che sono disposti a correre qualsiasi rischio pur di andare in Europa. Non è facile fare comprendere la rovina che possono portare a sé stessi e alle loro famiglie. Semplicemente per loro è meglio rischiare che restare nel nulla. Questi ragazzi ci passano davanti tutti i giorni, li incrociamo davanti all’ospedale o alle scuole. Sono persone apparentemente normali con cui possiamo parlare come con tanti altri di calcio, dei loro amori e dei loro sogni. Purtroppo, questi giovani partono per un’avventura di cui pochi vedranno la fine. Gli adescati pagano una somma ingente agli intermediari e sono caricati su un camion diretti in Etiopia, da li in Sudan e dal Sudan alla Libia dove sono pigiati sui vecchi pescherecci, quelli che vediamo in televisione. A volte, ci spiega Elia, i migranti vengono catturati in Libia da bande di delinquenti che chiedono il riscatto alle famiglie. Queste, pur di salvare i figli vendono tutto andando a loro volta in rovina. I più fortunati sono quelli che vengono bloccati alla frontiera con l’Etiopia. L’altro giorno un mio conoscente, ci dice sempre Elia, è stato chiamato dalle guardie di frontiera per recuperare i suoi 2 figli. Ma le strade di questa migrazione si incontra con quella di altre infinite migrazioni. Come gli appartenenti alla tribù degli Almara, ad esempio, che migrano in massa dall’Etiopia verso l’Arabia Saudita passando dalla Somalia e dallo Yemen. Spesso interi gruppi di Almara rimangono bloccati ad Hargeisa privi di risorse. La nostra cena, un po’ indigesta a dir il vero, volge al termine e noi già pensiamo a domani.

Foto di:

Dino Bonelli
Massimo Grimaldi
Daniele Regge

Io e Angelo Conti (Specchio dei Tempi), dietro l’Ospedale in costruzione (2012)

Vista su Hargheisa (2011)

Campo profughi, etnia Almara (2012)

Foto panoramica del MAS-CTH (2015)

Foto dello staff dell’ospedale con Piero Abbruzzese e Luca Cordero di Montezemolo (2014).

Bambino con polmonite e Gabriella Buono, direttrice dell’Ospedale (2013)

Ore 7.00, donne e bambini in attesa dell’apertura dell’ospedale (2015)

Mamma e bambino, in attesa della visita (2013)

Bambina ricoverata (2015)

Medici al lavoro (2013)

Bambino con ustioni (2013)

2 Commenti

  1. Franca Fonzari

    Una storia toccante, di generosità e di profonda umanità. Grande uomo, il tuo amico radiologo, premessa fondamentale per essere un grande medico! Ho conosciuto anch’io dei volontari di “Medici senza frontiere”, protagonisti di veri miracoli in terre dimenticate da Dio. Ho conosciuto anche degli imprenditori filantropi che con i loro mezzi hanno costruito sistemi idraulici in villaggi semidesertici, scuole, orfanotrofi. Molte, dunque, sono le persone sensibili alle grandi difficoltà in cui versano tanti popoli di questa terra e si sono messe in discussione offrendo la loro professionalità per alleviare gli stenti e le malattie. Insieme all’ ammirazione che provo verso queste iniziative benefiche di tutto rispetto, mi monta allo stesso tempo una rabbia viscerale, considerando che si tratta tuttavia di azioni isolate, lodevolissime beninteso, intraprese da illuminati filantropi, che sottolineano marcatamente però le gravi colpe politiche ed economiche dei paesi ricchi del nord del mondo a detrimento di quelli del sud del mondo. Sono i paesi poveri, sottomessi nella fase di colonizzazione e imperialismo, che abbiamo sfruttato e saccheggiato e le cui conseguenze storiche sono sotto gli occhi di tutti. Il dislivello economico e culturale tra un occidente ricco ed organizzato in un sistema capitalistico ed un quarto mondo ridotto a livelli di sottosviluppo non può essere un modello destinato a reggere a lungo. Le contraddizioni sono troppo stridenti. Perché nei famosi G 7-8-9… le grandi potenze non concludono mai un accordo definitivo sulle questioni scottanti come il clima, la sostenibilità, l’integrazione, la lotta alla povertà, ecc.? Tutti fanno finta egoisticamente di non vedere, ma la grande migrazione di massa a cui stiamo assistendo, in particolare dall’Africa, è sintomatica di un disagio globale che non può essere ignorato né tamponato come si sta cercando di fare. Bisogna ripensare al modello di sviluppo, che sia davvero sostenibile, riequilibrare le forze, dare un aiuto sostanziale ai paesi poveri, impegnandoci ad offrire istruzione, tecnologia, sistemi industriali. Insomma, meno profitto per pochi e più benessere per tutti. Anche l’attuale pandemia rischia di far scoppiare il bubbone, poiché solo una vaccinazione mondiale potrà garantire il superamento della lotta al virus. Non so come verrà gestita la questione che potrebbe essere, però, un pericoloso boomerang per il mondo “civilizzato” se non risolta, ed è la riprova che la globalizzazione è sempre a vantaggio di pochi e a svantaggio dei più. Perché al telegiornale non si parla mai dell’Africa e della diffusione della malattia, della disponibilità di vaccini in quegli stati? C’è una sinistra assenza di certe informazioni, un silenzio assordante, non fosse per “Report” che porta a galla il sommerso, ma, ahimè, con un indice di ascolto piuttosto basso. Il dramma è che il problema viene continuamente spostato su altri versanti che distolgono l’attenzione dal focus. Ora, ad esempio, un obiettivo generale pare essere la colonizzazione di Marte che, francamente, mi sembra il fallimento della presenza dell’uomo sul nostro pianeta. Anche Bill Gates, dall’alto della sua montagna d’oro, ha capito che senza sostenibilità economica non ci sarà futuro per noi. Ma proprio su Marte dobbiamo finire a vivere come larve perché siamo stati incapaci di rispettare la nostra madre terra? Mi sembra aberrante! Consiglio a tutti di rileggere “La ginestra” che Leopardi scrisse nel lontano 1836 che, con estrema lucidità, poneva il problema del rapporto uomo-natura, il cui messaggio trovo quanto mai attuale e validissimo, un testamento filosofico che dovremmo davvero far nostro.

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  2. FERRUCCIO NANO

    Grande lavoro! ..oltretutto nel Paese più povero del mondo

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